Il socialista Impertinete
Ci sono inchieste che durano più di una stagione politica. Più di un governo. A volte più di una vita.
La decisione di archiviare definitivamente il filone che per anni ha evocato possibili collegamenti tra Silvio Berlusconi e le stragi mafiose del 1992-1993 chiude una delle pagine più lunghe, controverse e divisive della storia giudiziaria italiana.
Per oltre trent’anni, sospetti, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ricostruzioni investigative, polemiche politiche e battaglie mediatiche hanno accompagnato il dibattito pubblico. Un racconto parallelo alla storia della Seconda Repubblica, nel quale il nome di Berlusconi è stato spesso evocato, discusso, contestato e difeso.
Oggi resta un dato: dopo anni di indagini e approfondimenti, la magistratura ha ritenuto di non avere elementi sufficienti per sostenere un’accusa in giudizio.
Non significa riscrivere la storia delle stragi. Non significa cancellare il sangue di quegli anni, né attenuare la gravità dell’offensiva mafiosa che colpì lo Stato. Significa però prendere atto che una cosa sono le ipotesi investigative, altra cosa sono le prove.
Ed è forse questa la lezione più importante.
In una democrazia matura le indagini devono poter arrivare ovunque, soprattutto quando si confrontano con i grandi misteri nazionali. Ma allo stesso tempo occorre riconoscere il valore delle conclusioni cui giunge la giustizia quando un percorso investigativo si esaurisce senza approdare a responsabilità accertate.
Per Silvio Berlusconi la vicenda si chiude dopo una vita. Da protagonista assoluto della politica italiana, da imprenditore, da presidente del Consiglio e infine da figura ormai entrata nella storia del Paese. Il fatto che questa conclusione arrivi quando non è più in vita rende ancora più evidente il peso del tempo trascorso.
Resta inevitabilmente una riflessione. Processi mediatici, sospetti permanenti e verità mai definitivamente chiarite hanno spesso accompagnato la storia italiana. Eppure uno Stato di diritto vive di regole semplici: le responsabilità si accertano nelle aule giudiziarie, non nelle convinzioni personali o nelle convenienze politiche.
Le stragi restano una ferita aperta della Repubblica. La ricerca della verità su mandanti, complicità e contesti non deve fermarsi. Ma proprio per questo è necessario distinguere tra ciò che è stato dimostrato e ciò che è rimasto nel campo delle ipotesi.
Dopo più di trent’anni, l’archiviazione non chiude soltanto un fascicolo. Chiude una stagione. E ricorda quanto sia difficile, in Italia, separare definitivamente la giustizia dalla politica e la storia dai suoi fantasmi.

