Altro che scontro sulle poltrone. Quello tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci è uno scontro politico che riguarda identità, linguaggio e futuro della destra italiana.
La presidente del Consiglio, parlando dell’ipotesi di un’alleanza con Futuro Nazionale, ha ricordato che i parlamentari oggi vicini a Vannacci erano stati eletti nel centrodestra e ora votano anche contro i suoi provvedimenti. E ha sintetizzato così la sua posizione: «Per me è sempre molto più importante vincere per governare che vincere per non governare».
La replica di Vannacci non si è fatta attendere. Il generale sostiene che il punto non sia governare a ogni costo, ma «onorare le aspettative» degli elettori e non tradire gli impegni assunti.
Sarebbe però riduttivo leggere questo confronto soltanto come una battaglia per gli equilibri interni al centrodestra. Meloni e Vannacci si contendono uno spazio politico e, nella loro competizione, spingono il confronto sempre più a destra.
Non è dunque semplicemente una lite personale. È una gara su dove collocare il confine della destra italiana. Meloni rivendica la responsabilità di governo; Vannacci prova a incalzarla sul terreno dell’identità e della coerenza con gli elettori. È probabile che proprio questo confronto occupi una parte significativa del dibattito politico delle prossime settimane.
Da socialista lo osservo per una ragione precisa. Più la destra concentra la propria discussione sul rapporto tra governo e radicalizzazione identitaria, più diventa importante che dall’altra parte non ci si limiti all’antagonismo.
Serve costruire un’alternativa riconoscibile, capace di parlare di lavoro, salari, casa, giovani, diritti e libertà. Un’alternativa riformista, laica e socialista, che non insegua la destra sul suo terreno ma rimetta al centro le questioni concrete del Paese.
Perché alla gara a chi sposta più a destra la destra italiana non si risponde spostandosi un po’ meno a destra. Si risponde costruendo un’altra idea di società.

