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16 Maggio 2026

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Salerno, strada spianta per De Luca. Opposizioni senza proposta 

A Salerno la partita, in realtà, sembra già chiusa. Più che una sfida tra visioni alternative, queste comunali raccontano soprattutto il vuoto di chi dovrebbe contendere il campo a Vincenzo De Luca. Il punto non è solo la forza dell’ex governatore ma la debolezza, evidente, di chi prova a proporsi come alternativa.

De Luca si prepara a vincere perché conosce la città, ne ha costruito negli anni l’identità e continua a muoversi con una linea chiara. Ma soprattutto perché, dall’altra parte, non c’è una proposta capace di reggere il confronto. C’è, semmai, una somma di tentativi.

La coalizione che mette insieme Franco Massimo Lanocita e Alberto Di Lorenzo, che il Movimento Cinque Stelle voleva sindaco, mostra soprattutto un limite politico: non c’è un’idea di città. Non una visione riconoscibile, non una proposta che tenga insieme sviluppo, identità, prospettiva. Restano episodi, segnali isolati. Due, in particolare, mio hanno colpito perché raccontano più di tanti programmi. Lanocità che sceglie il Crescent e Piazza della Libertà per parlare di “valorizzazione”: luoghi simbolo della stagione deluchiana, evocati senza mai mettere davvero in discussione quel modello. E Di Lorenzo che, nel tentativo di spiegare la rottura, finisce per riconoscere i successi di Vincenzo De Luca, restando così dentro una contraddizione che svuota ogni ipotesi di alternativa. Non è ambiguità: è l’assenza di un impianto politico strutturato.

Due nomi, su cui non c’è nulla da dire sul piano personale, che però non raccontano quella novità che pure il Movimento avrebbe potuto esprimere. Negli anni, attorno a quell’esperienza, si è formata una generazione di giovani attivisti, amministratori, figure politiche che avevano provato a costruire un’identità autonoma, anche conflittuale quando necessario. Una base che non ha riconosciuto, appieno, questa sintesi, che non l’ha sentita propria.

È qui il nodo politico: invece di valorizzare quel percorso, di trasformarlo in proposta, si è arrivati a una soluzione che appare calata dall’alto, più orientata a tenere insieme equilibri che a interpretare una domanda di cambiamento. E quando la rappresentanza non coincide con il percorso che l’ha generata, perde forza, perde credibilità.

Così, anche quella che poteva essere la vera novità di queste elezioni, un campo capace di rinnovarsi davvero, si riduce a un’occasione mancata. Non per mancanza di energie, ma per l’incapacità di tradurle in una scelta politica coerente.

E poi c’è l’ingegnere Zambrano, una candidatura nata all’improvviso, senza un percorso riconoscibile. Più che un progetto, un contenitore: il punto di raccolta di un gruppo che si muove più per delusione, per aspettative non riconosciute, che per una visione della città. Zambrano ne è il front man, ma la natura dell’operazione resta quella di una reazione, non di una proposta.

Infine Gherardo Marenghi, figura coerente sul piano personale, chiamata però a guidare un centrodestra che su Salerno non ha mai davvero costruito un investimento politico solido. Anche qui, più presenza che progetto.

Il dato politico, allora, è tutto qui: a Salerno l’alternativa non è mancata solo oggi, non si è semplicemente indebolita nel tempo, non si è mai davvero costruita. Tra chi non ha investito, chi arriva tardi e chi prova a trasformare delusioni personali in proposta politica, manca il passaggio decisivo: quello da posizione individuale a visione collettiva.E quando questo passaggio non avviene, il risultato è scontato. Non perché una parte sia imbattibile, ma perché l’altra non è mai diventata davvero competitiva

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