Dalll’Avanti!
Mario Serpillo, presidente nazionale dell’UCI, è un uomo concreto e appassionato. Conosce il mondo agricolo, ne interpreta le difficoltà e porta avanti con determinazione le battaglie di chi ogni giorno lavora la terra e contribuisce a garantire la qualità del Made in Italy. La sua è una visione dell’agricoltura che parte dai problemi reali delle imprese e guarda alle grandi sfide del futuro.
Dal caro energia alla crisi idrica, dalla concorrenza internazionale al ricambio generazionale, Serpillo chiede alla politica di passare dalle parole ai fatti. Al centro della sua azione c’è soprattutto una convinzione: senza un reddito dignitoso per gli agricoltori non può esserci futuro per il settore.
In questa intervista affronta le principali emergenze dell’agricoltura italiana, indica le priorità su cui intervenire e lancia un messaggio chiaro al Governo e alle forze politiche: difendere chi produce significa difendere la sicurezza alimentare, il territorio e il futuro economico e sociale del Paese.
Presidente Serpillo, lei ha denunciato come l’aumento dei costi energetici finisca per scaricarsi sulle imprese agricole, che però non hanno il potere di determinare i prezzi dei propri prodotti. Quanto è grave oggi la situazione e quali interventi immediati chiede al Governo?
La situazione è grave: per le aziende agricole aumentano vertiginosamente i costi di energia, carburanti, fertilizzanti e produzione, ma il prezzo riconosciuto per i loro prodotti non cresce allo stesso ritmo. Gli agricoltori subiscono rincari che non vengono distribuiti lungo la filiera e finiscono per lavorare con margini sempre più ridotti.
C’è poi uno squilibrio che non possiamo ignorare: accordi commerciali come il Mercosur rischiano di mettere i produttori italiani in concorrenza con chi opera sostenendo costi più bassi e in contesti con regole e standard diversi. Alle nostre imprese chiediamo requisiti elevati in materia di qualità, ambiente, sicurezza e lavoro. Non possiamo esporle a una competizione in cui non sono garantite condizioni equivalenti.
Al Governo chiediamo interventi immediati sui costi e una posizione chiara sulla reciprocità: standard comparabili, controlli effettivi e clausole di salvaguardia per le produzioni più esposte. Il carovita del carrello non può essere affrontato comprimendo ancora il reddito di chi produce: oggi i consumatori pagano di più, mentre agli agricoltori continua ad arrivare troppo poco.
Gli agricoltori sostengono costi sempre più elevati, mentre i consumatori pagano prezzi crescenti. In mezzo c’è una filiera nella quale il valore non sembra distribuito equamente. Come si può riequilibrare il rapporto tra produttori, industria e grande distribuzione?
Se il prezzo al consumo sale e il ricavo di chi produce resta insufficiente, significa che il valore non viene distribuito in modo equo. Gli agricoltori non possono continuare a farsi carico dei rincari e a subire margini sempre più ridotti, mentre gli altri soggetti della filiera conservano un maggiore potere contrattuale.
Servono contratti trasparenti, tempi di pagamento certi e controlli efficaci contro le pratiche sleali. Ma serve soprattutto rendere leggibile la formazione del prezzo: il consumatore deve sapere quanto paga e il produttore deve poter ottenere una remunerazione coerente con i costi e con il lavoro svolto. Il Made in Italy non può essere soltanto una bandiera: deve tradursi in un riconoscimento economico per chi lo produce.
Si parla molto di industria, infrastrutture e innovazione, ma spesso l’agricoltura resta ai margini del dibattito politico. Quali sono le tre priorità che tutte le forze politiche dovrebbero inserire nei loro programmi per il futuro del settore?
La prima priorità è garantire redditività alle imprese: prezzi equi, costi sostenibili e strumenti per rafforzare il potere contrattuale degli agricoltori.
La seconda è proteggere la capacità produttiva del Paese, investendo nella gestione dell’acqua, nella prevenzione dei danni climatici e nella cura del territorio.
La terza è rendere possibile il futuro delle aziende: accesso alla terra e al credito per i giovani, meno burocrazia, formazione e innovazione. Sono obiettivi che riguardano tutte le forze politiche, perché senza imprese agricole solide non c’è sicurezza alimentare né tenuta delle comunità rurali.
Siccità, cambiamenti climatici e reti idriche inefficienti mettono a rischio intere produzioni, soprattutto nel Mezzogiorno. L’Italia ha bisogno di un grande piano nazionale per l’acqua? E quale ruolo dovrebbero avere i consorzi di bonifica?
Sì, serve un piano nazionale, ma la prima priorità deve essere recuperare la capacità degli invasi che già abbiamo. In Italia ci sono 532 grandi dighe, ma l’accumulo dei sedimenti ha ridotto in media di circa un terzo il volume originario che possono contenere, con punte che arrivano al 48%. Inoltre, circa 1,9 miliardi di metri cubi di capacità sono già infrastrutturati, ma non risultano pienamente autorizzati o utilizzabili.
Sono risorse che non possiamo permetterci di lasciare ferme. Occorre intervenire con manutenzione, rimozione dei sedimenti, completamento dei collaudi e delle autorizzazioni e collegamento delle reti. Solo dopo aver recuperato la capacità esistente si potrà valutare dove servano nuovi invasi. Dobbiamo trattenere l’acqua quando è disponibile e poterla usare nei periodi di siccità.
I consorzi di bonifica vanno coinvolti nella programmazione e nella gestione: conoscono i territori e possono contribuire a coordinare invasi, reti irrigue e distribuzione. Per farlo servono risorse e strumenti adeguati. La crisi idrica non si affronta lasciando inutilizzata l’acqua che siamo già in grado di raccogliere.
Il ricambio generazionale è una delle grandi sfide dell’agricoltura italiana. Che cosa serve concretamente per convincere un giovane a investire in questo settore? Accesso alla terra, credito agevolato, meno burocrazia o nuove tecnologie?
Serve tutto questo, ma il punto di partenza è una prospettiva di reddito. Anche nell’eventualità che un giovane possa investire, avendo accesso alla terra e al credito, possa avviare l’attività senza essere bloccato da procedure interminabili e trovare gli strumenti necessari per innovare, se il prodotto viene pagato troppo poco e i costi restano insostenibili, nessun incentivo basterà a rendere attrattivo il settore.
Il ricambio generazionale si costruisce mettendo i giovani nelle condizioni di diventare imprenditori, non soltanto chiedendo loro di restare in agricoltura. Formazione, tecnologia e semplificazione devono accompagnarsi a un prezzo che riconosca il valore del lavoro.
Presidente, se potesse sedersi domani al tavolo con i leader delle principali forze politiche, quale impegno concreto chiederebbe per l’agricoltura italiana? E ritiene che oggi la politica abbia davvero compreso quanto il futuro delle campagne sia legato alla sicurezza alimentare, all’ambiente e alla tenuta economica e sociale del Paese?
Chiederei un impegno concreto e verificabile: garantire agli agricoltori un reddito adeguato, intervenire sui costi e assicurare regole di concorrenza eque, anche negli accordi commerciali internazionali. Non basta riconoscere a parole il valore dell’agricoltura: occorre fare in modo che quel valore arrivi a chi coltiva, alleva e produce.
La politica ha compreso che l’agricoltura è strategica, ma deve dimostrarlo nelle decisioni. Dalle campagne dipendono il cibo sulle tavole, la cura del territorio e la vitalità di intere comunità. Se le aziende non riescono a stare sul mercato, la conseguenza non riguarda soltanto gli agricoltori: riguarda la sicurezza alimentare e la tenuta economica e sociale del Paese.

