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2 Luglio 2022

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Si muore per pena. I ritardi dello Stato di diritto  

Donato Salzano*

10 maggio 2022, Casa Circondariale Salerno, Campania, Italia, Europa. Ancora una volta un uomo morto per pena. Più in generale la “terribilità” di una pena fino alla morte del tutto simile a quella praticata dalle mafie e dai mafiosi, oramai una diffusa, strisciante, clandestina pena di morte illegale.                                        Probabilmente era tossicodipendente Vittorio Fruttaldo (a Fuorni due vite perse nei primi cinque mesi) a pochi giorni dal fine pena, originario di Aversa aveva trentasei anni, stroncato da un malore a seguito di una colluttazione con due agenti della penitenziaria nell’isolamento della 6°sezione. Dai primi riscontri dell’esame autoptico sembrerebbe sul suo corpo martoriato, ci sarebbero segni della violenza, risalenti a giorni anche precedenti ai fatti. Quasi sicuramente come sempre accade spesso in questi casi, gli inquirenti dopo scrupolose indagini di rito appureranno, ahinoi, di solite accidentali cadute per le scale?

Detenuti e detenenti condannati alla stessa infame detenzione illegale, un Tribunale di Sorveglianza lontano anni luce, l’amministrazione comunale da dieci anni inadempiente rispetto alla propria legalità statutaria (art. 68 bis Statuto Comunale), il Tribunale di Salerno dal 1975 altrettanto inadempiente (legge ordinamento penitenziario) per la mancata costituzione del “Consiglio di aiuto sociale” (CAS), un profondo scollamento poi tra la popolazione detentiva e la direzione sanitaria della struttura, tra quest’ultima e la direzione amministrativa e il personale di custodia. Da anni la capienza illegale si concentra quale criticità cronica nella sola 1° sezione dei “Comuni”: tossicodipendenti, disabili psichici e psichiatrici, malati cronici, migranti e poveri cristi. Quella parte del carcere deve essere in parte da subito strutturalmente sfollata, ci sono persone che non dovrebbero proprio essere lì, hanno urgente bisogno di un trattamento specifico e differenziato, ma soprattutto immediato un deferimento della pena alternativo al carcere.

Il carcere è una discarica, scartati, rifiuti umani trattati quale carne da macello, custodi e custoditi ammassati gli uni sugli altri come agnelli sacrificali sull’altare della ragion di Stato. Ma il sovraffollamento nelle carceri italiane, esiste, non se lo sono mica inventato Marco Pannella, Rita Bernardini, Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale. All’uopo si occupò già di noi la Corte europea dei diritti dell’uomo, certificandone in modo patente la violazione dei diritti umani con l’arcinota esemplare sentenza pilota “Torreggiani” (2013), che appunto condannò il nostro Paese per il sovraffollamento nelle stanze di detenzione, disponendone l’obbligo di rientro immediato (entro l’anno) nella legalità della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). A nulla valse poi in proposito neanche il monito del Presidente emerito Giorgio Napolitano ai tempi Capo dello Stato (“è fatto obbligo per chiunque ricopra ruoli apicali ..”), nella suo famoso e unico messaggio della storia repubblicana al Parlamento (ex art. 87 Cost.), trattato per questo come si tratta un Radicale qualunque. 

Ciò nonostante, sopravvenuta anche la diffida al rispetto dell’art. 3 Cedu per l’intera giurisdizione italiana (settembre 2013) di Pannella e dell’avv. Giuseppe Rossodivita  (che sia chiaro recita: “Dei trattamenti inumani e degradanti”, tradotto la violazione dei diritti umani), con l’invio di 675 diffide indirizzate ai Presidenti dei Tribunali Italiani, ai Procuratori Capo di tutte le Procure Italiane, ai Presidenti degli Uffici Gip di tutti i Tribunali Italiani, ai Direttori delle Carceri italiane, e a tutti gli Uffici di Sorveglianza della Repubblica. La diffida, incardinò il dispositivo appunto della sentenza pilota, sul caso Torreggiani ed altri, della Corte Europea dei diritti dell’Uomo e motivò perché attualmente decine di migliaia di detenuti, sia in esecuzione pena, sia in custodia cautelare, sono sottoposti ad una pena o ad una misura, tecnicamente, illegale. La diffida indicò per di più quale adeguata, necessaria strada per garantire il rispetto di fondamentali ed elementari diritti umani, quella di paralizzare, in presenza della certezza che il trattamento e/o la pena siano illegali (a partire dal numero della capienza legale, ma non solo), l’emissione degli ordini di esecuzione della pena, sul modello già tracciato dalla Corte Costituzionale Federale Tedesca di Karlsruhe (il numero chiuso negli istituti di pena).

Prevalse e prevale ancora oggi la ragion di Stato contro lo Stato di diritto che, con buona pace dei tanti Presidenti del Consiglio succedutisi, in Italia è, per le condizioni dell’amministrazione della Giustizia e delle carceri, totalmente assente. La Corte Costituzionale, la giurisdizione, cioè la renitente “magistratura” italiana, non decise allora e continua a non decidere ancora oggi se tornare o cominciare a rispettare essa stessa la Costituzione e le leggi o se, per “supplire” (sic!) alle inadempienze della per politica e delle istituzioni, continua in una mostruosa, terribile continuità ad essere complice della loro permanente flagrante violazione. Essere speranza anziché averne, dare speranza ad altri rifugiatisi nella scorciatoia della disperazione. L’essere speranza oltre ogni speranza come nel Paolino “Spes contra spem” della Lettera ai Romani, è la cifra della militante consapevolezza tutta nonviolenta, che vede nella pannelliana transizione verso lo Stato di diritto l’obiettivo di una lotta politica che non può solo sostanziarsi all’intera “Comunità penitenziaria” , ma anzi da essa e a partire da questa per denunciare un procedimento penale altrettanto illegale dall’irragionevole eterna durata e dal macigno di numeri sui ruoli non più oltremodo sostenibili. A ragione di ciò  urgentissima da decenni l’unica riforma di per sé costituzionalmente strutturale, era ed è l’ Amnistia accompagnata dall’indispensabile provvedimento d’indulto. Alla strage di diritto, si sa c’è la continua inarrestabile strage di popoli.

*segretario Associazione Radicale “Maurizio Provenza” aderente al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito pull

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