Giovani e politica: una distanza che cresce
Intervista a Elisabetta Barone di Rossella Taverni
In Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, il rapporto tra giovani e politica appare sempre più fragile. L’astensionismo cresce, la partecipazione si assottiglia, mentre intere generazioni faticano a riconoscersi nei luoghi e nei linguaggi della rappresentanza.
A Salerno il tema si intreccia con un dato evidente: la fuga costante dei giovani, spesso formati e qualificati, che scelgono di costruire altrove il proprio futuro.
Ne abbiamo parlato con Elisabetta Barone, dirigente scolastica ed educatrice, da anni a contatto diretto con studenti e giovani cittadini, per riflettere sul presente e sul futuro della partecipazione politica e civica.
Il rapporto tra giovani e politica appare sempre più fragile. Dal suo osservatorio quotidiano a contatto con gli studenti, che quadro emerge oggi?
«C’è un grande disinteresse e una forte distanza. Non riguarda solo i giovani: basti pensare che alle ultime elezioni circa il 50% degli aventi diritto non ha votato. Nei giovani questa disaffezione è ancora più marcata.
Molti cittadini non percepiscono più il voto come uno strumento reale di partecipazione. Questo dipende anche dalle leggi elettorali, che attribuiscono alle segreterie di partito un ruolo decisivo nella selezione dei candidati. Il quadro politico viene percepito come già deciso, e il cittadino può solo dire sì o no a ciò che altri hanno stabilito.
Questo demotiva, allontana e spegne la partecipazione.
A questo si aggiunge un dibattito politico sempre più povero, ridotto a gossip, lontano dai problemi reali delle persone. Si alimenta un individualismo pericoloso: “mi salvo da solo”, mentre l’altro diventa un nemico, non un alleato. La scuola, invece, dovrebbe aiutare i giovani a riscoprire il valore della comunità e delle alleanze per il bene comune».
La politica sta facendo abbastanza per formare e coinvolgere i giovani nella partecipazione civica?
«No. La politica come sistema di potere non ha interesse a far crescere giovani consapevoli. In quattro anni di opposizione abbiamo lottato per istituire un Forum dei Giovani a Salerno, che favorisse partecipazione, formazione e competenza.
È stato realizzato in tanti comuni limitrofi, ma non qui. Perché? Perché evidentemente non si vuole la partecipazione dei giovani. Si spingono ad andare via, e così il territorio si impoverisce delle sue migliori energie. Chi resta, spesso con meno opportunità, diventa più facilmente manipolabile e clientalizzabile.».
Salerno, intanto, perde migliaia di giovani ogni anno. Cosa sta accadendo alla città?
«I giovani vengono espulsi sistematicamente dalla città. Mancano spazi di incontro, di confronto, di progettazione collettiva. Ai giovani si offre il bar, ma non biblioteche, luoghi di studio, spazi di partecipazione.
Chi può va via perché non trova attrattiva, non vede la possibilità di trasformare la città in un luogo in cui valga la pena investire energie e competenze. Questo significa aver ucciso la speranza.
La mia candidatura a sindaco nacque anche da un dialogo con mia figlia, che dopo aver studiato a Roma mi disse: “Qui mi sento morta dal punto di vista culturale”. È una frase durissima, ma vera. Questo episodio mi ha spinto a impegnarmi politicamente».
Che città è diventata Salerno, oggi?
«Una RSA a cielo aperto. Una città pensata per gli over cinquanta. Non a caso è guidata da una classe dirigente molto anziana. I giovani vanno via e non arrivano altri giovani. Questo è il dato più grave».
Da educatrice, che messaggio sente di voler lasciare ai giovani di Salerno?
«Non rinunciate a fare di questa città il luogo dove vivere. Ma agite perché diventi la città che desiderate. Cercate alleati tra gli adulti che non predano il futuro, ma sono disposti ad accompagnarvi. La comunità va costruita insieme, nella pluralità e nelle differenze. È lì che nasce la ricchezza vera».
C’è un tema concreto su cui i giovani dovrebbero interrogare la politica nei prossimi anni?
«Il porto. È uno snodo decisivo. Ampliare la funzione commerciale significa devastare il paesaggio, aumentare l’inquinamento e compromettere la sostenibilità futura della città e della Costiera.
Le scelte vanno guardate nel lungo periodo. Ogni opera deve essere sostenibile non solo oggi, ma per le generazioni che verranno. Altrimenti lasceremo un deserto, non una città».
Ai giovani, oggi, quale responsabilità affida?
«Una responsabilità enorme: o il cambiamento parte ora, oppure non partirà più».
Chiusura
Quando una città non riesce più a trattenere i suoi giovani, il problema non è l’ambizione di chi parte, ma l’immobilismo di chi governa.
La partecipazione non si invoca: si costruisce.
Tutto il resto è retorica.


