Oggi tutti parlano e si indignano per la bocciatura della legge sul congedo parentale paritario da parte della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati. In realtà, la bocciatura ha un senso concreto: la copertura finanziaria è insufficiente.
Quindi partiamo da qui. Perché i fondi non ci sono, ma vanno trovati.
Era il 24 novembre 2022 quando inviavo a un amico onorevole il seguente messaggio: “secondo me uno dei modi per favorire la parità di genere nel mondo del lavoro è quella di concedere agli uomini la possibilità di avere gli stessi giorni di congedo delle donne in gravidanza e dopo il parto (2 mesi prima del parto + 3 mesi dopo il parto)”. Quel messaggio, come altre segnalazioni, cadde nel vuoto.
Evidentemente, però, c’era qualcosa di giusto in quell’idea. Perché era la stessa idea racchiusa in una proposta di legge firmata da Matteo Richetti, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Elena Bonetti e altri.
La proposta di legge nasce dalla necessità di abbattere “l’abissale differenza tra i congedi di paternità e quelli di maternità”. Attualmente il congedo di paternità è di dieci giorni, a fronte dei 5 mesi previsti per il congedo di maternità.
Non è un vezzo. Non è un capriccio.
È una norma che sarebbe utile per due cose fondamentali.
Prima di tutto risponderebbe alle esigenze di migliaia di famiglie costrette a spendere un mucchio di soldi per la organizzazione familiare e la gestione dei figli andando, spesso, in difficoltà. Molte volte accade che le madri sono costrette a lasciare il lavoro perché le spese diventano insostenibili. Un dato pazzesco dell’Istituto Nazionale per le Politiche Pubbliche (INAPP) ci racconta che dopo il parto soltanto il 53,9% delle donne tra i 25 e i 49 anni ha un lavoro. In un mondo in cui si sono decuplicate le spese, nel medio e nel lungo periodo il bilancio familiare rischia di collassare.
Il secondo aspetto fondamentale è quello che segnalavo all’amico onorevole. Oggi, se si presentassero – a parità di condizioni, a parità di curriculum, a parità di età – un ragazzo e una ragazza a fare lo stesso colloquio di lavoro, un’azienda non avrebbe dubbi ad assumere il ragazzo. La maternità per le aziende è vista – talvolta – come un peso da sopportare. E se i papà avessero un periodo di congedo unificato a quello delle madri? Allora, il ragazzo e la ragazza sarebbero davvero uguali agli occhi dell’imprenditore che dovrà decidere chi dei due assumere.
È vero, mancano i fondi. E senza fondi non si possono fare le leggi, un po’ come i soldi per le messe cantate.
Ma vanno trovati. E subito. Perché ne beneficerebbero milioni di persone.
Donato D’Aiuto


