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24 Aprile 2024

Chi siamo

La seconda Repubblica di Platone

di Angelo Giubileo


Scrive Erodoto che “l’uomo è per natura un animale sociale, e chi non lo è, è meno o più di un uomo”. Ma cosa (quid) significa essere un uomo e quindi essere meno o più di un uomo. Agostino d’Ippona dirà di sapere di essere un uomo (qualis), ma cosa (quid) sia un uomo lo sa solo Dio. La sintesi cristiana proverà dunque – ancora una volta e con gli stessi alterni risultati – a far coesistere, in ciò che è chiamato “uomo”, una duplice naturaumanadivina, e quindi l’animale sociale con “ciò che” (τὸ χρεὼν) riguardi il più di un uomo

Sulla scia del citato detto di Erodoto, Aristotele nella Politica aggiunge che “è evidente che lo stato discende dalla natura, e che l’uomo per natura è un animale sociale”. E dunque, per giudizio conforme, l’uomo sarebbe un animale socialecapace di costruire e sperimentare nel corso delle proprie vite diversi modelli o schemi, teorici e quindi pratici, di organizzazione “sociale” ovvero di vita in comune.

In particolare, sono stati i Greci a occuparsi di ciò che chiamiamo “scienza e prassi della politica”, non tutti però d’accordo – sia filosofi/governanti che guerrieri e produttori, secondo la tipica organizzazione dello Stato di Platone – su quale (qualis) fosse o sia la migliore forma o regime di governo possibile: tirannia, monarchia, aristocrazia, oligarchia, democrazia e infine anarchia. Tuttavia: Aristotele e Platone sono concordi sul fatto che la democrazia, a seguito di un eccessivo e smodato uso di costumi degeneranti dei ricchi o dei poveri o di entrambi, sfoci nella tirannia.

E così, nello sviluppo del discorso razionale, la questione della “conoscenza e del pensiero della realtà” (Plutarco, Iside e Osiride, 351 E) assume una dimensione “etica” e cioè legata alla determinazione della qualità (qualis) della vita dell’uomo e dello Stato. E, tuttavia, Plutarco chiarisce immediatamente di seguito nel passo citato che “se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo”.

E dunque l’immortalità – che secondo i comuni mortali apparterrebbe in esclusiva agli dei -, per Plutarco e tutti color che sanno è invece patrimonio della vita degli uomini che conoscono e pensano la realtà ovvero “ciò che” (τὸ χρεὼν), ripete Parmenide “è e non è possibile che non sia”. Ovvero: il “cosa è che è” (quid) della vita terrena ri-velata o dis-velata, alla maniera di Heidegger, dallaconoscenza e il pensiero della realtà. Così che: se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo.

L’1 marzo scorso, per l’editore Neri Pozza, è uscita una riedizione di Le Lettere di Platonedi Giorgio Pasquali pubblicata nel 1938. In estrema sintesi, l’eccelso studioso di Platone evidenzia come, alla luce degli eventi storici che in parte lo videro protagonista, il pensiero del suo maestro abbia in parte mutato il senso e quindi il significato di quanto detto e scritto in età più giovane. Essenzialmente, i fatti riguardano il giudizio secondo cui Platone ha dapprima sostenuto la realizzazione dell’ideale del bene attraverso il governo di Dione e, a seguito di una pace interrotta e una guerra riemersa, ha quindi suggerito un’intesa tra lo stesso Dione, Callippo e il tiranno Dionigi II.

L’autore Pasquali, certificando la veridicità delle Lettere VII e VIII quali opera di Platone, nel corso della relativa analisi svolge un’accurata digressione sulla teoria della conoscenza sintetizzata da Platone. Si tratta allora di una via ovvero “un procedimento razionale, discorsivo (il cui) ultimo tratto della scala non poteva esser percorso se non di volo, grazie a una illuminazione mistica (non trascendentale)” (ed. 2024, p. 116). Gli scalini o i gradi della conoscenza sono cinque: nome, λόγος, immagine, conoscenza e, quinto, “ciò che è oggetto di conoscenza e realmente è” (ibidem, p. 125). E infine: “… ‘si possono tenere ancora mille discorsi su ciascuno dei quattro gradi, come ciascuno è oscuro’; quattro perché la conoscenza, se risulta da sintesi dei primi tre, ne rispecchia le manchevolezze. ‘Ma la cosa più grave (…) è che, esistendo due cose, il quid e il quale, mentre l’animo cerca di conoscere non il qualema il quid, ciascuno dei quattro porgendo all’anima in parole e in fatti ciò che essa non cerca, presentando ciascuno ai sensi facile a confutare quel che è detto e mostrato ogni volta, riempie ognuno, a dir così, di ogni perplessità e oscurità’. Dunque, mentre l’anima domanda il quid, i mezzi di conoscenza le offrono il quale …” (ibidem, p. 131).

Così che Platone – uomo fatto più di un uomo – consigli a tutti di porre mano alle Leggi; “e sperar sempre che Dio (rectius: il fato), quando dolori sopravvengono ai beni che dona, questi dolori renda invece di maggiori minori e disponga mutamenti delle condizioni presenti in meglio, e che invece quanto ai beni contrari a questi sian tutti a loro sempre presenti con fortuna buona (e) che, siccome bene e male sono perfino nel cielo (benchè il male qui in minore quantità del bene), la vita è una battaglia tra il bene e il male” (ibidem, pp. 178-188).

Quanto al pensiero di Platone, Pasquali conclude: “Il dualismo, diciamo demonologico, che la lettera VII ha in comune con il X libro delle Leggi, è un indizio di più che la lettera è veramente opera di Platone vecchio e non di un imitatore” (ibidem, p. 188).

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