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18 Aprile 2024

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L’eredità morale di un campione silenzioso

di Valeria Torri

Ieri ci ha lasciati Gigi Riva, una delle più iconiche figure del calcio italiano. Un talento puro, eccellente in forza e tecnica, un portento. Con il numero undici, il suo sinistro faceva tremare gli stadi, tanto che Gianni Brera lo ribattezzò “Rombo di Tuono”. Dolore sincero, quello di Brera, quando il primo febbraio del 1976 Gigi Riva si “ruppe” per la terza volta. Per lui Riva era un eroe. Lo aveva paragonato perfino al re barbaro Brenno che non si era fermato davanti alle mura di Roma. In quel febbraio, del ’76, nel quale si concluse la carriera di Riva, Gianni Brera scrisse: «La notizia del grave infortunio mi è discesa nell’anima come un’amara colata di assenzio».

La storia di Gigi Riva è quella di un emigrante al contrario. Lasciò la provincia di Varese per approdare a Cagliari, orfano di padre a nove anni, quando anche sua madre morì. A Cagliari portò lo storico scudetto della stagione 1969-1970 e vi rimase per il resto della vita resistendo, durante la sua carriera, alle lusinghe di squadre più blasonate. Vestì la maglia azzurra per 74 partite, segnando 35 goal. La sua partecipazione al campionato europeo del 1968 fu fondamentale: guidò l’Italia alla vittoria del torneo segnando la rete decisiva nella finale contro la Jugoslavia.

La sua consacrazione sulla scena internazionale avvenne nella Coppa del Mondo del 1970 in Messico. Nonostante un infortunio che lo limitò fisicamente, Riva fu il capocannoniere del torneo con 5 goal. La sua prestazione in semifinale contro la Germania Ovest è rimasta nella memoria collettiva, con il goal che sancì la vittoria degli azzurri.

La sua spettacolare carriera è terminata nel 1976, per i gravi infortuni che lo hanno costretto al ritiro. Ciò non pertanto, la sua eredità perdura. E non desta meraviglia il fatto che, ancora oggi, Riva sia considerato uno dei più grandi attaccanti nella storia del calcio italiano.

Con l’aura dell’eroe silenzioso, come uscito dalle note di Fabrizio De André, da lui molto amato, Riva per generazioni di calciatori in Nazionale, in particolare per i campioni del mondo di Germania 2006, è stato una guida sapiente, capace di trasmettere i suoi valori e la sua esperienza.

Luciano Spalletti ne ha tracciato un bellissimo ricordo: «Vedere gioire i suoi compagni quando era calciatore o i suoi ragazzi da dirigente era per lui il vero momento di trionfo. Il riflettore più luminoso che accettava su sé stesso era quello degli occhi felici della sua gente. Gigi Riva ha sempre lavorato pensando di far star bene gli altri prima che sé stesso. È stato un supereroe silenzioso e discreto. Per una persona così taciturna più bel soprannome non poteva esserci: Rombo di tuono! Perché il suo calcio e la sua forza morale sapevano comunicare più di mille parole».

Cagliari gli dedicherà il suo stadio. Noi lo ricordiamo attraverso le sue semplici eppur giganti parole: «Dediche? Ma non facciamo ridere: io non ho nessuno a cui dedicare nulla. Segno per dovere».

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