“Nuova Calciopoli? Penso di no. Sicuramente è stato un fulmine a ciel sereno, forse è stata una conseguenza di una gestione poco chiara”. Così Cesare Prandelli, intervenuto a Radio Anch’io Sport su Rai Radio 1, torna sul tema arbitri e sullo stato del calcio italiano, escludendo paragoni diretti con Calciopoli ma sottolineando la necessità di riforme profonde.
L’ex commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio evidenzia come l’introduzione del VAR non abbia risolto le polemiche, anzi: “Quando abbiamo visto le prime immagini del Var, abbiamo detto che finalmente erano finite tutte le polemiche. Invece abbiamo creato più confusione di prima”.
Secondo Prandelli, una possibile soluzione potrebbe essere un maggiore coinvolgimento degli ex calciatori nel dialogo con gli arbitri: “I calciatori sanno come ingannare, il gioco del calcio è anche questo. Possono aiutare i direttori di gara a valutare meglio simulazioni e situazioni di gioco”.
Il tecnico insiste però su un concetto più ampio: “Va rivisto tutto il calcio, abbiamo bisogno di grandi cambiamenti, bisogna rifondare”. Un rinnovamento che, a suo avviso, deve partire dalle basi del sistema.
“Se Lega e Federazione non vanno d’accordo, non cambierà mai nulla. Hanno direzioni diverse, sarà impossibile sedersi a un tavolo condiviso”, ha spiegato, indicando la necessità di una governance unitaria.
Fondamentale anche il lavoro sui giovani: “Abbiamo circa 10mila scuole calcio in Italia, ma vanno gestite diversamente. I talenti crescono se sono liberi, altrimenti formeremo solo bravi esecutori senza creatività”. Prandelli critica inoltre l’evoluzione tattica degli ultimi anni: “Abbiamo avuto grandi numeri 10 e li abbiamo arretrati davanti alla difesa, togliendo fantasia e capacità di inventare”.
Infine, l’appello a un confronto collettivo: “Bisogna sedersi a un tavolo con tutte le componenti: arbitri, genitori, dirigenti, procuratori. È questa la strada”. E chiude con una riflessione ispirata al modello tedesco: “Quando la Germania è entrata in crisi si è chiesta quale fosse la squadra più importante: non i club, ma la Nazionale. Noi siamo pronti a farci questa domanda?”.


