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22 Aprile 2026

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C’è una crisi strutturale nel calcio italiano. Necessario cambiare

di LUCA LAMBERTI

Tre esclusioni consecutive dai Mondiali non possono più essere archiviate come episodi sfortunati. Sono, al contrario, il sintomo evidente di una crisi strutturale del sistema calcio italiano.

Continuare a cercare alibi o rifugiarsi nella nostalgia non aiuta. Il calcio è cambiato, il contesto globale è cambiato e, soprattutto, sono cambiati i ragazzi. L’Italia, invece, appare troppo spesso ferma, ancorata a modelli e dinamiche che appartengono a un’altra epoca.

Il calcio degli anni ’80 e ’90, per quanto glorioso e ancora oggi capace di evocare emozioni forti, non è più replicabile. Anche quel calcio “maschio”, incarnato da figure come Gennaro Gattuso e che per chi scrive e per un’intera generazione è stato benzina sul fuoco, oggi non è più sufficiente. Servono nuovi interpreti, nuove competenze, una visione diversa.

Guardando oltre i confini nazionali, il divario appare evidente. Paesi come Germania, Francia, Inghilterra e anche la Svizzera stanno investendo da anni in maniera sistemica: centri sportivi moderni, integrazione intelligente della tecnologia nei programmi di allenamento, formazione strutturata sin dalle prime fasce d’età, infrastrutture accessibili durante tutto l’anno.

Lo posso dire anche per esperienza diretta: vivendo in Svizzera e da padre di un ragazzo di 11 anni, vedo quotidianamente come il calcio viene proposto ai più giovani, vedo la qualità delle strutture, l’organizzazione degli allenamenti e l’attenzione alla crescita del singolo. È un sistema che accompagna i ragazzi, li stimola e li mette nelle condizioni migliori per innamorarsi davvero di questo sport.

Il confronto con la realtà italiana è spesso impietoso. Ancora oggi molti bambini si allenano su campi che non sono sostanzialmente cambiati negli ultimi trent’anni, in contesti che non sempre favoriscono continuità, qualità e crescita. In queste condizioni, è lecito chiedersi come possa nascere e consolidarsi una vera passione per il calcio nelle nuove generazioni.

È necessario un cambio di paradigma. Innovare non può più essere uno slogan, ma deve diventare una scelta concreta: integrare tecnologie utili e sostenibili nei percorsi formativi, investire in infrastrutture adeguate — inclusi spazi coperti per garantire continuità durante i mesi invernali — e creare ambienti sportivi all’altezza delle aspettative dei giovani di oggi.

Allo stesso tempo, occorre ripensare il ruolo degli stadi. Non più luoghi utilizzati esclusivamente per i novanta minuti della partita domenicale, ma spazi vivi, aperti, capaci di diventare punti di riferimento quotidiani per le comunità.

E non facciamone una questione di stranieri nel nostro calcio: sarebbe soltanto l’ennesimo alibi, utile più alla politica che a una reale soluzione dei problemi.

Se l’obiettivo è tornare competitivi a livello internazionale, la ripartenza deve necessariamente avvenire dal basso: dai bambini, dal modo in cui scoprono e vivono lo sport, dalla qualità delle strutture e dei percorsi formativi che vengono loro offerti.

Il calcio resta uno degli strumenti sociali e culturali più potenti a disposizione del Paese. Ma per tornare a esserlo pienamente, ha bisogno oggi di essere ripensato con lucidità e, soprattutto, con coraggio.

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