di LUCA LAMBERTI
Tre esclusioni consecutive dai Mondiali non possono più essere archiviate come episodi sfortunati. Sono, al contrario, il sintomo evidente di una crisi strutturale del sistema calcio italiano.
Continuare a cercare alibi o rifugiarsi nella nostalgia non aiuta. Il calcio è cambiato, il contesto globale è cambiato e, soprattutto, sono cambiati i ragazzi. L’Italia, invece, appare troppo spesso ferma, ancorata a modelli e dinamiche che appartengono a un’altra epoca.
Il calcio degli anni ’80 e ’90, per quanto glorioso e ancora oggi capace di evocare emozioni forti, non è più replicabile. Anche quel calcio “maschio”, incarnato da figure come Gennaro Gattuso e che per chi scrive e per un’intera generazione è stato benzina sul fuoco, oggi non è più sufficiente. Servono nuovi interpreti, nuove competenze, una visione diversa.
Guardando oltre i confini nazionali, il divario appare evidente. Paesi come Germania, Francia, Inghilterra e anche la Svizzera stanno investendo da anni in maniera sistemica: centri sportivi moderni, integrazione intelligente della tecnologia nei programmi di allenamento, formazione strutturata sin dalle prime fasce d’età, infrastrutture accessibili durante tutto l’anno.
Lo posso dire anche per esperienza diretta: vivendo in Svizzera e da padre di un ragazzo di 11 anni, vedo quotidianamente come il calcio viene proposto ai più giovani, vedo la qualità delle strutture, l’organizzazione degli allenamenti e l’attenzione alla crescita del singolo. È un sistema che accompagna i ragazzi, li stimola e li mette nelle condizioni migliori per innamorarsi davvero di questo sport.
Il confronto con la realtà italiana è spesso impietoso. Ancora oggi molti bambini si allenano su campi che non sono sostanzialmente cambiati negli ultimi trent’anni, in contesti che non sempre favoriscono continuità, qualità e crescita. In queste condizioni, è lecito chiedersi come possa nascere e consolidarsi una vera passione per il calcio nelle nuove generazioni.
È necessario un cambio di paradigma. Innovare non può più essere uno slogan, ma deve diventare una scelta concreta: integrare tecnologie utili e sostenibili nei percorsi formativi, investire in infrastrutture adeguate — inclusi spazi coperti per garantire continuità durante i mesi invernali — e creare ambienti sportivi all’altezza delle aspettative dei giovani di oggi.
Allo stesso tempo, occorre ripensare il ruolo degli stadi. Non più luoghi utilizzati esclusivamente per i novanta minuti della partita domenicale, ma spazi vivi, aperti, capaci di diventare punti di riferimento quotidiani per le comunità.
E non facciamone una questione di stranieri nel nostro calcio: sarebbe soltanto l’ennesimo alibi, utile più alla politica che a una reale soluzione dei problemi.
Se l’obiettivo è tornare competitivi a livello internazionale, la ripartenza deve necessariamente avvenire dal basso: dai bambini, dal modo in cui scoprono e vivono lo sport, dalla qualità delle strutture e dei percorsi formativi che vengono loro offerti.
Il calcio resta uno degli strumenti sociali e culturali più potenti a disposizione del Paese. Ma per tornare a esserlo pienamente, ha bisogno oggi di essere ripensato con lucidità e, soprattutto, con coraggio.


