L’ex Guardasigilli spiega le ragioni del suo No: “Il problema vero sono i tempi dei processi, non la separazione delle carriere”
A Roma il dibattito sul referendum sulla giustizia si arricchisce di una voce inattesa. Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia del secondo governo guidato da Romano Prodi, ha annunciato la propria posizione contraria, spiegando in un’intervista al Domani d’Italia che la riforma rischia di essere percepita come «una rivincita della politica» nello storico confronto con la magistratura, piuttosto che un intervento nell’interesse generale.
Mastella ha riconosciuto che il suo No può sorprendere alla luce delle sue vicende giudiziarie personali, ma proprio quell’esperienza — durata undici anni prima di concludersi definitivamente — lo avrebbe convinto che il sistema attuale possiede già strumenti di equilibrio. Secondo l’ex ministro, nel suo caso la distinzione tra chi accusa e chi giudica ha funzionato concretamente, dimostrando che la separazione delle funzioni esiste già nella pratica senza necessità di una modifica costituzionale.
Il nodo centrale, a suo avviso, resta un altro: la durata dei processi. «È questo che interessa davvero ai cittadini — ha sottolineato — entrare in un procedimento e non restare intrappolati in un labirinto infinito». La riforma oggetto del referendum, sostiene, non inciderebbe su questo aspetto cruciale.
L’ex Guardasigilli respinge inoltre l’idea che la separazione delle carriere fosse un punto condiviso storicamente da tutte le forze politiche. Ricordando la propria esperienza di governo, afferma che non fu mai una priorità dell’esecutivo di centrosinistra e che si tratta piuttosto di una battaglia tradizionalmente sostenuta dal centrodestra, più volte evocata anche da Antonio Tajani come un obiettivo caro a Silvio Berlusconi.
Infine Mastella esprime preoccupazione per possibili effetti sull’autonomia della magistratura: con due organi di autogoverno separati, osserva, ciascuno finirebbe per difendere la propria categoria, mentre il maggior peso dei membri laici — eletti dal Parlamento — potrebbe tradursi in un aumento dell’influenza politica sul sistema giudiziario. «Non voglio una magistratura sotto il governo, né direttamente né indirettamente», conclude.


