Il 21 novembre 1994 torna ogni anno, per chi ha il vizio della memoria, come una data che pesa sulla memoria civile italiana. È la ricorrenza di un giorno buio della nostra storia repubblicana, in cui si manifestò con chiarezza il corto circuito che il Paese stava vivendo. Tangentopoli non era finita: si era trasformata. Aveva lasciato spazio a una stagione segnata da procure militanti, da protagonismi fuori controllo, da un equilibrio fra poteri dello Stato che si incrinava visibilmente.
Quel giorno del 1994, mentre Silvio Berlusconi presiedeva a Napoli un vertice internazionale delle Nazioni Unite sul crimine organizzato, avvenne un fatto che ancora oggi rappresenta uno dei momenti più controversi del rapporto tra politica, magistratura e informazione.
Il suo avviso di garanzia, invece di essere notificato con il riserbo dovuto a un Presidente del Consiglio impegnato in un consesso internazionale, venne diffuso, casualità costruita, a un giornale prima che allo stesso destinatario. Fu il 22 novembre che l’atto arrivò ufficialmente a Palazzo Chigi.
In certa sinistra e in alcune procure si illusero che quel gesto potesse abbattere un leader appena legittimato dal voto popolare. Pensarono che un atto giudiziario “in mondovisione” avrebbe cancellato un progetto politico che, invece, avrebbe segnato la storia italiana per i decenni successivi.
Si sbagliarono.
Quella ferita rimase aperta, e ciò che ne seguì fu una lunga stagione in cui la giustizia sembrò entrare nel campo della militanza più di quanto la democrazia potesse sopportare. Continua in parte.
Gli errori, gli eccessi, le forzature di quei mesi — e di quegli anni — hanno avuto un costo enorme.
E la conseguenza più ingiusta è che ancora oggi ricadono sulla stragrande maggioranza dei magistrati che, con professionalità e rigore, amministra giustizia ogni giorno. Pagano infatti il prezzo di scelte sbagliate compiute da altri, in un momento in cui lo spirito istituzionale era stato smarrito.
Il 21 novembre 1994 non è soltanto un ricordo amaro.
È un monito permanente.
Ricorda quanto sia delicato l’equilibrio fra poteri dello Stato e quanto sia pericoloso quando la giustizia abbandona il terreno della terzietà per entrare in quello della contesa politica.
Riflettere su quella data significa capire cosa accade quando la Repubblica tradisce le sue stesse regole.


