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22 Aprile 2026

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Apple, che figuraccia con l’iPhone 17. Tempi biblici

A questo punto non si parla più di ritardi: si parla di umiliazione pubblica. L’iPhone 17, il gioiello futuristico presentato con fanfare, luci, droni, unicorni e retorica da salone aerospaziale, viene consegnato — quando va bene — con la puntualità di un treno fantasma. Soprattutto a Salerno, dove pare che i pacchi Apple si perdano in un triangolo delle Bermuda con più buche che asfalto.

Chi lo ordina oggi ha tutto il tempo di maturare un mutuo, cambiare lavoro e — dettaglio non trascurabile — vedere presentato l’iPhone 18 prima ancora di aver toccato il 17 con mano. Una figura così, per Apple, è grossa: è come se Tesla ti vendesse un’auto elettrica che arriva quando ormai è diventata d’epoca.

La cosa tragicomica è che Apple continua ad annunciare “tempi di consegna stimati” con la stessa serietà con cui un astrologo annuncia la fortuna amorosa: sì, certo, arriverà! Un giorno. Forse. Dipende da Giove. E dal corriere.

Nel frattempo, il cliente fedele — quello che magari ha pure venduto il vecchio iPhone per finanziarsi il nuovo — resta lì, come un innamorato illuso che aspetta sotto la pioggia. Il tracking aggiorna ogni tanto, ma sempre con quella frase vaghissima tipo: “il pacco è in transito”. Dove? Boh. In transito dove? In transito da quando? Nessuna risposta. Apple ti dà meno informazioni di un ministero in crisi.

E intanto il mondo va avanti. Apple prepara il keynote del 18, i recensori parlano già del 19, e a te, povero mortale, arriva una mail: “scusaci, c’è stato un ritardo nella spedizione”. Una frase che ormai ha la credibilità di un “ti giuro che non è come sembra”.

Morale: Apple ti vende il futuro, ma te lo consegna con i tempi del dopoguerra. E tu lì, a guardare la porta, sperando che il corriere non abbia deciso di rifare anche lui il cammino di Santiago prima di passare.

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