ROMA, 5 novembre 2025 – È finita con un arresto a Tripoli la vicenda giudiziaria e politica che per mesi ha agitato Palazzo Chigi e la magistratura italiana: quella del generale libico Abdulrahman Almasri, ex comandante del centro di detenzione di Mitiga, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità.
L’arresto a Torino e la liberazione
Tutto comincia il 19 gennaio scorso, quando Almasri, giunto in Italia per assistere alla partita Juventus-Milan insieme a tre connazionali, viene fermato a Torino in esecuzione di un mandato d’arresto internazionale. L’indomani viene trasferito nel carcere delle Vallette, ma la detenzione dura appena due giorni.
La Corte d’appello di Roma, competente in questi casi, non convalida l’arresto per mancanza di un’interlocuzione preventiva con il ministero della Giustizia. Il 21 gennaio ne dispone così la liberazione. Da lì, la svolta: Almasri viene imbarcato in gran segreto su un Falcon dell’intelligence italiana e riportato a Tripoli.
Le indagini e le accuse al governo
La scarcerazione-lampo e il rimpatrio scatenano un terremoto politico e giudiziario. Su esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti, la procura di Roma apre un fascicolo ipotizzando favoreggiamento e peculato a carico della premier Giorgia Meloni, del sottosegretario Alfredo Mantovano e dei ministri Carlo Nordio (Giustizia) e Matteo Piantedosi (Interno).
L’opposizione attacca duramente l’esecutivo, accusandolo di aver “lasciato libero un criminale di guerra”. Il governo difende invece la scelta, sostenendo di aver agito “nell’interesse dello Stato” per evitare ritorsioni contro i circa 500 italiani presenti in Libia.
Il caso, infatti, arriva a pochi mesi dal precedente di Cecilia Strada, giornalista incarcerata in Iran dopo l’arresto in Italia dell’ingegnere iraniano Mohammed Abedini Najafabadi, esperto di droni.
Archiviazioni e nuove tensioni
La vicenda passa al Tribunale dei ministri, che il 4 agosto dispone l’archiviazione per la premier Meloni, ma chiede al Parlamento l’autorizzazione a procedere nei confronti di Mantovano, Nordio e Piantedosi. Il 9 ottobre, la maggioranza respinge la richiesta alla Camera, blindando politicamente i tre esponenti del governo.
Resta però aperta la posizione di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, accusata di false dichiarazioni al pubblico ministero. La procura ordinaria può proseguire l’indagine su di lei.
Intanto, le forze di maggioranza si preparano a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionalecontro il Tribunale dei ministri e la procura di Roma. Dalla Giunta per le autorizzazioni è già arrivato il via libera. “Vogliono uno scudo giudiziario anche per Bartolozzi”, denunciano le opposizioni.
Un caso ancora aperto
Mentre da Tripoli arriva la notizia dell’arresto di Almasri da parte delle forze di sicurezza libiche, la sua “saga italiana” resta simbolo di un equilibrio fragile tra ragion di Stato, obblighi internazionali e giustizia penale.
Una storia che, a dieci mesi dal suo inizio, continua a dividere politica e magistratura.


