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22 Aprile 2026

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Consenso tradito: quando le sentenze parlano contro le vittime

Si deve sempre leggere le carte. È una regola d’oro del giornalismo e della giustizia: prima di indignarsi, bisogna capire.

Ma ci sono sentenze (sintesi consequenziali) che, anche dopo averle lette, lasciano addosso un disagio profondo. Quella del Tribunale di Macerata rientra in questa categoria.

Un uomo è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza di 17 anni.

Nelle motivazioni, i giudici scrivono che la giovane «aveva già avuto rapporti sessuali» e dunque «poteva immaginarsi i possibili sviluppi della situazione».

Parole che pesano. Perché non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una visione: quella che confonde l’esperienza sessuale pregressa con la disponibilità permanente, come se il consenso fosse una condizione stabile e non un atto libero, da rinnovare ogni volta.

Leggere le carte, sì. Ma anche leggerle con gli occhi giusti.

Il fatto che una vittima non gridi, non fugga, non reagisca fisicamente, non può essere interpretato come consenso. La paura, lo shock, la paralisi sono reazioni umane e documentate.

Eppure, troppo spesso, le motivazioni di certe sentenze scivolano su stereotipi vecchi di decenni, in cui la donna deve “difendersi fino in fondo” per essere creduta.

È un errore culturale prima ancora che giuridico.

Questa non è una crociata contro la magistratura — la giustizia ha bisogno di rispetto, non di rabbia.

Ma il rispetto si guadagna anche con linguaggi che non tradiscono i diritti.

Perché se la fiducia nei tribunali vacilla, è anche per queste parole che riportano indietro la discussione sul consenso, sulla libertà, sulla dignità personale.

Le carte, dunque, vanno sempre lette.

Ma dopo averle lette, bisogna anche avere il coraggio di dire che certe motivazioni sono uno strafalcione, un inciampo culturale che la giustizia italiana deve finalmente smettere di tollerare.

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