Parliamo chiaro: il dibattito che si è aperto in Italia sullo sciopero generale, con la solita rissa tra destra e sinistra, è l’ennesima dimostrazione della nostra incapacità di guardare oltre i confini. Un Paese, capita in queste ore, che si divide furiosamente su chi “blocca i trasporti” o su chi “strumentalizza i sindacati” mostra tutta la sua natura provinciale, quando intorno a noi accadono eventi che interrogano le coscienze ben più di un’ora di ritardo dei treni.
Il vero nodo non è lo sciopero. È la Flottilla che ha tentato di rompere l’assedio e portare aiuti umanitari, gesto simbolico e coraggioso che avrebbe dovuto costringerci a discutere seriamente di corridoi umanitari, di diritto internazionale, di diritti umani violati. E invece, nel nostro piccolo teatrino, la questione viene ridotta a “scioperi sì o no”, “chi danneggia chi”, “chi ci guadagna in termini di consenso interno”.
La sinistra farebbe bene a difendere il diritto di sciopero, ma anche a interrogarsi su come limitare l’impatto reale che certe forme di protesta hanno su famiglie e lavoratori. La destra, d’altro canto, dovrebbe smettere di cavalcare la polemica con toni meschini, trasformando un tema alto e drammatico in arma di propaganda contro i sindacati.
Il punto è che qui non si tratta di un regolamento di conti interno, ma di una questione che tocca la dignità umana e la responsabilità internazionale.
Mentre noi ci azzuffiamo sul nulla, altrove c’è chi rischia la vita per affermare il principio che gli aiuti umanitari non si bloccano, che il diritto internazionale non è un optional, che l’assedio di una popolazione non è compatibile con i valori che diciamo di difendere. Altrove ci sono civili massacrati e navi umanitarie respinte, qui ci sentiamo rivoluzionari perché la Freccia per Milano accumula sessanta minuti di ritardo. Un’ora di vita persa alla stazione diventa per noi il dramma nazionale, mentre migliaia di vite spezzate non arrivano neppure nei titoli d’apertura dei nostri tg.
E’molto provinciale, e tipico di certa politica, guardare il dito e non la luna. Lo sciopero ci parla di noi; la Flottilla ci parla del mondo. Sta a noi decidere se vogliamo restare chiusi nel piccolo cabotaggio delle polemiche interne o se, finalmente, provare ad alzare lo sguardo. Farlo sui drammi veri della nostra umanità.


