Anna Adamo si è laureata in giurisprudenza con la convinzione che il sogno di diventare magistrato fosse troppo grande per lei. Figlia di un imprenditore che con la magistratura ha avuto spesso rapporti ‘difficili’, ha sempre percepito quella carriera come distante, quasi inaccessibile. Per questo, inizialmente ha scelto di seguire altre strade: il giornalismo, la scrittura, l’attivismo.
Queste esperienze l’hanno arricchita profondamente, ma col tempo Anna ha sentito che stava rinunciando a qualcosa di essenziale. Così ha deciso di provarci: iscriversi al concorso in magistratura. Lo ha fatto in silenzio, senza confidarlo a nessuno, neppure al padre con cui i rapporti sono ormai ridotti al minimo. Perché, contrariamente a quello che molti hanno pensato, Anna non è mai stata una “figlia mantenuta”: fin dai tempi dell’università ha fatto di tutto per essere indipendente, lavorando e studiando con determinazione.
Conciliare studio, lavoro e tirocinio in tribunale non è stato facile. Ci sono stati momenti in cui ha creduto di non farcela, altri in cui la fatica è sembrata insostenibile. Eppure non ha mai smesso di coltivare anche le sue passioni, come la moda e la partecipazione alla Fashion Week. Scelte che le sono costate critiche e pregiudizi: c’è chi l’ha definita “poco seria” solo perché sui social pubblica foto o perché porta tatuaggi.
Anna, però, non ha mai permesso a questi giudizi di condizionarla. È rimasta fedele a sé stessa, fiera della sua femminilità e orgogliosa delle proprie qualità. Prima ancora che magistrato, è una donna che non intende rinunciare alla propria identità.
Oggi ha realizzato uno dei sogni più grandi della sua vita: ha superato il concorso in magistratura. Una vittoria che porta con sé gioia ma anche timore: quello di non sentirsi abbastanza, di non essere all’altezza. Per anni, infatti, Anna non è stata presa sul serio, è stata messa da parte, denigrata, fatta sentire “meno di zero”.
Ma proprio da quelle ferite nasce la sua forza: la volontà di operare ogni giorno per una giustizia giusta, perché nessuno debba più provare ciò che lei ha provato


