di Lucio Barani
C’eravamo quasi arrivati, alla svolta che avrebbe potuto cambiare tutto. Se fosse andata in porto la federazione giordano-palestinese cui lavorava Bettino Craxi oggi non saremmo a questo punto di escalation di violenza sul territorio di Gaza, davanti a una guerra devastante e a rischi di espansione del conflitto. Shimon Peres fece marcia indietro a un passo dal traguardo.
Questa la nota del segretario nazionale del NPSI Lucio Barani che ha voluto ricordare una pagina significativa della politica estera dei governi Socialisti presieduti da Bettino Craxi dal 1983 al 1987, in quegli anni, infatti, la nostra diplomazia fungeva allora da punta avanzata per la stabilità del Mediterraneo, i nostri rapporti sia con il mondo arabo che con Israele erano assai intensi e questo faceva dell’Italia sicuramente il più attivo tra i Paesi occidentali e un mediatore affidabile tra le due parti in conflitto. Craxi e Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, lavoravano con determinazione al progetto della Confederazione tra Giordania e Palestina. Sul progetto c’erano grandi speranze ma anche forti opposizioni da entrambi i versanti, e il grave episodio del sequestro della nave Achille Lauro, nel 1985, fu concepito e realizzato da un gruppo di minoranza nell’Olp contrario alla Confederazione. Ma Craxi e Andreotti continuarono a lavorare in quella direzione, e solo il passo indietro all’ultimo momento di Simon Peres, primo ministro israeliano, impedì a Craxi e a Re Hussein di Giordania, di chiudere l’accordo.
Con Craxi e Andreotti si riaprirono le prospettive di un accordo grazie alla visione lungimirante mostrata del generale israeliano Ezer Weizman. Ma Weizman quando divenne Presidente di Israele s nel 1993, Craxi e Andreotti non erano più alla guida del Governo. Erano usciti di scena dalla vita politica italiana per la gioia di Washington che non avrebbero mai gradito un ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi e di un Andreotti alla Farnesina.
Barani ancora continua con il ricordare ai tanti smemorati della scena politica odierna quanto fossero coraggiose e “eretiche” le prese di posizione dei due uomini politici sulla questione palestinese, e quanto ciò provocasse i malumori degli Stati Uniti, di Israele e di certi ambienti politici loro vicini. Ricordo che Israele sa di poter contare se necessario sull’appoggio di una lobby potente sia in America che in Europa. E di questo ne erano ben consapevoli Craxi e Andreotti, i quali sui fatti di Sigonella e dei terroristi palestinesi dell’Achille Lauro rischiarono lo scontro diplomatico con Reagan, con gli ambienti filo-israeliani e la crisi di governo, anche se essa fu solamente rimandata di alcuni mesi.
Giulio Andreotti affronta la questione palestinese con un approccio pragmatico, che mostra una notevole empatia per la sofferenza del popolo palestinese. “Se fossi palestinese, sarei terrorista”. Questa affermazione, per quanto possa sembrare forte, non è un’approvazione del terrorismo, ma piuttosto la constatazione della disperazione che spinge un popolo oppresso a reagire con mezzi estremi. Andreotti sottolinea come la mancanza di una patria e di prospettive di pace concrete possa generare una rabbia così profonda da giustificare, l’uso della violenza come unica forma di protesta. La sua visione mette in luce la necessità di considerare le radici del conflitto arabo-israeliano, riconoscendo che la questione palestinese non è solo un problema di sicurezza, ma anche e soprattutto un problema di ingiustizia storica e di autodeterminazione di un popolo che lotta per la propria indipendenza e libertà.
Bettino Craxi si è espresso sulla questione palestinese, con un’analisi che unisce pragmatismo a un forte senso di realismo storico. Nel suo discorso, Craxi critica l’uso del terrorismo e della lotta armata come metodo per risolvere il problema palestinese, affermando che non porteranno a una soluzione duratura. Tuttavia, come Andreotti, non contesta la legittimità di un movimento di liberazione nazionale a ricorrere alle armi. Craxi sostiene che negare a un popolo occupato il diritto di lottare per la propria indipendenza sarebbe “andare contro le leggi della storia”. Per rafforzare la sua tesi, fa un paragone storico con la figura di Giuseppe Mazzini, ricordando che anche il padre del Risorgimento italiano, pur essendo un idealista, aveva concepito “assassini politici” per raggiungere l’unità d’Italia. Questo paragone serve a sottolineare che la lotta per l’indipendenza, in contesti di oppressione, spesso si manifesta anche attraverso mezzi violenti, e che tale realtà non può essere ignorata o condannata a priori senza considerare il contesto storico.
Le analisi di Andreotti e Craxi sulla questione palestinese non si distinguono solo per il contenuto, ma anche per la forma. I loro discorsi non si limitavano a slogan o a dichiarazioni superficiali da piazza tanto cari alla sinistra che si definisce “ProPal” ma che semina soltanto odio indiscriminato verso Israele, verso il governo Meloni, verso tutti coloro che vede come suoi avversari politici da combattere. Craxi e Andreotti costruivano ragionamenti strutturati, facendo riferimento a eventi storici e a figure di grande spessore intellettuale come Mazzini.
Le figure di Andreotti e Craxi, nel modo in cui affrontavano questioni delicate e complesse, rappresentano un monito e un’occasione di riflessione. I loro discorsi ci ricordano che una politica di alto livello richiede non solo coraggio nelle dichiarazioni, ma anche una vasta conoscenza, una profonda riflessione e un linguaggio all’altezza della complessità dei problemi da affrontare.


