Le capriole politiche di Matteo Salvini le conosciamo bene. Da “Roma ladrona” ai palazzi ministeriali.
Da “chi non salta è napoletano” a difensore del Sud. Da entusiasta di Trumpa estimatore di Putin, con successivi cambi di rotta.
Dal no al Ponte sullo Stretto alla sua esaltazione come opera prioritaria. Dalle rigidità sul Covid alle marce indietro su aperture e restrizioni.
Un campionario di tatticismi che l’Italia, volente o nolente, ha assorbito.
Tutte capriole perdonate, ‘giustificate’ dalla logica del consenso, considerate parte del gioco della politica.
Ma c’è un punto in cui la giravolta non è più accettabile, c’è un punto sul quale non si può tacere.
Non quando si parla di infrastrutture, alleanze o slogan elettorali. Bensì quando si parla di vite umane.
Su Gaza non c’è spazio per l’ambiguità. Non si può difendere un massacro, non si può giustificare un genocidio, non si può chiudere gli occhi davanti all’uccisione di donne, bambini, innocenti.
La politica può permettersi i suoi cambi di rotta, ma non può permettersi di dire “ok” a Israele di fronte a una tragedia
umanitaria di queste proporzioni.
Perché qui non si tratta di tattica, ma di etica.
Non di consenso, ma di coscienza.
E su questo nessuna capriola, nessun calcolo potrà mai essere perdonato.


