Con il terzo sì parlamentare la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati fa un ulteriore passo verso il referendum popolare. Una svolta storica, che finalmente avvicina l’Italia a un assetto più moderno e trasparente, capace di rafforzare le garanzie per i cittadini e ridurre le ambiguità di un sistema che per troppo tempo ha mescolato ruoli e funzioni.
Nonostante ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati continua a opporsi, parlando di “rischio per l’equilibrio dei poteri”. Ma la realtà è che il vero squilibrio si è sempre annidato nella commistione fra chi accusa e chi giudica, una caratteristica tutta italiana che genera diffidenza e mina la credibilità dell’intero ordinamento.
Con la separazione delle carriere, accusa e giudizio tornano a essere distinti e riconoscibili: i pubblici ministeri saranno autonomi nella loro funzione, mentre i giudici potranno esercitare il loro ruolo con ancora maggiore indipendenza. È un modello già consolidato in molte democrazie occidentali, che non ha indebolito lo Stato di diritto, ma lo ha reso più forte e più chiaro agli occhi dei cittadini.
Il no dell’ANM appare dunque come la difesa corporativa di un sistema che non funziona più, un tentativo di conservare equilibri interni piuttosto che di guardare all’interesse generale. La riforma Nordio, al contrario, rappresenta un’occasione per rafforzare la giustizia, rendendola più efficiente, imparziale e vicina ai cittadini.
Adesso la parola passerà agli italiani, che al referendum avranno l’opportunità di decidere se vogliono una giustizia più trasparente, moderna e finalmente libera da ambiguità.


