L’irruenza del giudice nel definire comprensibile la violenza mesoscopica di un uomo contro la propria ex è un atto che scuote le fondamenta del concetto stesso di tutela. La sentenza emessa dal Tribunale di Torino, che assolve dall’accusa di maltrattamenti l’uomo che ha ridotto Lucia Regna con 21 placche di titanio sul volto e una lesione permanente al nervo oculare, ha trasformato una condanna in una giustificazione sostenuta da un concetto disturbante: la “logica delle relazioni umane”.
Empatia per l’aggressore, pietà per la vittima
Il giudice Paolo Gallo e i colleghi Matteo Gallo e Giulia Maccari scelgono di porre l’attenzione sullo “sfaldamento del matrimonio ventennale” e sull’“amarezza umana” dell’aggressore, relegando così l’aggressione a un atto di sofferenza personale, da comprendere.
È una rovesciata etica clamorosa: la vittima viene messa in secondo piano, mentre il violento è avvolto da comprensione, quasi fosse una persona ferita.
Ridimensionamento della parola come violenza
Insulti come “sei una puttana”, “ti ammazzo”, “non vali niente” – pronunciati davanti ai figli – vengono definiti frasi inseribili nel contesto della “dissoluzione della comunità domestica” e umanamente comprensibili.
Questo ragionamento rende accettabile il linguaggio minaccioso, indebolendo la soglia stessa della violenza verbale.
Vittima ritenuta “poco attendibile”
La sentenza afferma che Lucia Regna in alcuni passaggi è risultata “largamente inattendibile”, insinuando che abbia “trasfigurato” la realtà o attribuito contorni e frequenze esasperate agli eventi.
Una dinamica fin troppo comune nelle relazioni violente: la vittima che denuncia rischia di essere ribaltata in un ruolo di manipolatrice o esageratrice, smascherando un sistema che tende a proteggere più l’aggressore che le parole di chi subisce il danno.
Il messaggio culturale devastante
La criminologa Roberta Bruzzone lancia parole nette: “Quando una sentenza definisce sette minuti di violenza inaudita … come ‘uno sfogo comprensibile’, il nostro paese scivola in un abisso medievale di tolleranza verso la violenza maschile.”
Questo non è solo un giudizio politico o idealista: è una presa d’atto che la cultura giudiziaria, spesso influenzata da stereotipi patriarcali, riesce ancora a trovare giustificazioni per la brutalità, piuttosto che punire il torto nella sua piena gravità.
Questa sentenza non è soltanto un caso specifico: è un sintomo. Un sintomo di come, ancora oggi, la violenza contro le donne – anche quando è evidente, cruenta, scientificamente documentabile – possa essere offuscata, compresa, ridimensionata.


