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15 Febbraio 2026

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Le toghe ed i messaggi devastanti al Paese

Resto sconcertato. La decisione del giudice nel caso di Torino, che ha visto un uomo condannato a soli diciotto mesi (con sospensione della pena) per aver devastato il volto dell’ex moglie, lascia attoniti. Per carità: andrebbero lette tutte le carte processuali, lo so bene. La semplificazione è sempre un pericolo e non serve alla giustizia. Ma c’è un dato che precede ogni cavillo: le parole usate nelle motivazioni, quelle che nella fase della comunicazione diventano il segno visibile di una cultura, di un modo di intendere i rapporti tra i generi, di una concezione della dignità della persona.

Quando si scrive che le minacce, gli insulti e perfino un’aggressione fisica brutale possano essere “umanamente comprensibili” perché inserite nel contesto di una separazione, si lancia un messaggio devastante. Non solo alla donna che ha subito: a tutto il Paese. Si dice, in sostanza, che l’ira maschile trova un qualche fondamento nell’offesa subita, che il dolore dell’abbandono può giustificare il pugno, il calcio, il volto sfigurato.

È qui che la Magistratura, che non è più quella di una volta nella opinione pubblica, perde credibilità. Perché le parole restano, e incidono più delle stesse condanne. Qui non si tratta di entrare nei dettagli tecnici: è la sintesi comunicativa che fa il danno, enorme.

Da cittadino, da uomo, da marito, da socialista — figlio di una storia che ha lottato contro il delitto d’onore, contro le attenuanti della “gelosia”, contro ogni cultura che trasformava la donna in proprietà — sento indignazione profonda. Perché sembra di tornare indietro, di rivedere i fantasmi di una giustizia che in passato considerava “comprensibile” l’uxoricidio, che parlava di “cause d’onore”, che traduceva la violenza in sentimento.

Questa sentenza non è solo un errore di misura della pena. È un colpo alla fiducia nel diritto, è un vulnus alla credibilità di un’istituzione che dovrebbe proteggere, non giustificare. E’una sfregio sulle toghe e sull’impegno di tanti professionisti. 

La giustizia non è solo codice: è anche parola pubblica, è esempio, è segnale alla comunità.

E il segnale oggi, purtroppo, è che una donna può essere massacrata, e che ci sarà sempre una spiegazione “umana” per chi l’ha ridotta così.

Questa, per un Paese che ha lottato e lotta per i diritti, è intollerabile.

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