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20 Gennaio 2026

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Morte di Cristina Pagliarulo: giusto ascoltare il dolore, sbagliato farne spettacolo

C’è una scena che ha inevitabilmente attirato l’attenzione oggi al Ruggi di Salerno: una madre che urla il proprio dolore in pubblico, durante l’insediamento del nuovo direttore generale Ciro Verdoliva e la visita del presidente Vincenzo De Luca. La donna è la mamma di Cristina Pagliarulo, 40 anni, morta lo scorso marzo in circostanze al vaglio della Procura. Un dolore autentico, umano, che nessuno dovrebbe giudicare, ignorare. Davanti alla perdita di un figlio, ogni parola di troppo diventa superflua, tutto si può comprendere.

È sacrosanto che quella madre cerchi risposte. È comprensibile che, vedendo una telecamera, un microfono, un volto istituzionale, colga l’occasione per gridare la sua verità. E le Istituzioni, come ha fatto – senza neanche pensarci – il nuovo direttore Verdoliva, hanno il dovere di ascoltare, aprire le porte, approfondire, e garantire trasparenza.

Ma ciò che lascia perplessi è l’atteggiamento di certo giornalismo che trasforma il dolore in contenuto, la protesta in spettacolo.

Mi interrogo – da professionista che ha lavorato anche nella comunicazione politica – su dove stia andando questa idea di informazione. Per alcuni, il fatto che io abbia rappresentato una parte (perché sì, ho fatto comunicazione politica) mi rende “meno giornalista”. Ma forse, proprio per aver visto il dietro le quinte, e da più parti, oggi mi è più chiaro cosa non mi piace: un certo giornalismo militante, ideologico, con il dito sempre puntato, che non approfondisce, non verifica, non cerca la verità. Cerca solo la reazione. Quel giornalismo che immagina di incarnare verità sacrosante, che individua, vestendosi di falsa terzietà, un colpevole prima di ogni cosa.

Il ruolo del giornalista – di qualsiasi estrazione o percorso – dovrebbe essere un altro: andare oltre l’urlo, cercare i documenti, le testimonianze, le fonti. Si può (e si deve) raccontare il dolore, ma con rispetto. Non si fanno “agguati” mascherati da inchieste. Si chiede un appuntamento. Si indaga, si approfondisce, si capisce. Si contesta anche, se serve, ma con gli strumenti del mestiere, non con la logica dei click e dei titoli acchiappa-like.

Alcuni, oggi, hanno dato più spazio alla scena tra la mamma e De Luca che al piano sanitario della Campania, alla nomina di un manager di primo piano, agli investimenti in tecnologia e strutture. Perché? Perché il dolore fa audience. Ma attenzione: quando il dolore diventa contenuto virale, quando si cerca la reazione più che la notizia, si è già smesso di fare informazione.

C’è un limite, ed è stato superato troppe volte. Quando si scavalca il senso della cronaca per un pugno di visualizzazioni, allora il problema non è chi fa comunicazione, ma chi ha smesso di fare davvero giornalismo.

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