Massimo D’Alema torna a far parlare di sé, questa volta per la sua presenza alla recente parata militare a Pechino, evento fortemente simbolico nel contesto geopolitico attuale. Lo fa con un’intervista a La Stampa in cui respinge al mittente le accuse, definendole “assurde”, e rilancia con una critica: “Il problema non è che io ero lì, ma che l’Europa non c’era”.
Una posizione che, nelle intenzioni dell’ex premier, dovrebbe apparire come visione strategica, ma che finisce per somigliare più a una giustificazione debole, se non addirittura fuori fuoco. D’Alema prova a spostare l’attenzione dalla sua partecipazione personale al tema più ampio dell’isolamento dell’Unione Europea. Ma l’argomento scivola su un piano fragile: da un lato minimizza il peso politico della parata, definendola riduttivamente come “non solo militare”; dall’altro, cita la presenza di leader di Paesi asiatici democratici come se bastasse a bilanciare la visibilità di figure come Putin o Kim Jong-un.
Il punto, però, resta un altro: la partecipazione di una figura come D’Alema, già presidente del Consiglio e simbolo della sinistra italiana, a una messa in scena muscolare del regime cinese, in un momento di forti tensioni globali, non è mai un atto neutro. E liquidare le critiche come “informazione distorta” o “fazione ideologica” non aiuta a chiarire le reali motivazioni di quella scelta.
Sorprende anche il paragone con il Kosovo e Gaza. D’Alema difende la coerenza della sua linea di politica estera, ricordando l’intervento contro Milosevic per fermare una pulizia etnica. Oggi, dice, “l’Europa non fa nulla per fermare Netanyahu”. Una lettura forzata, che sembra voler accreditare un’equidistanza morale tra scenari complessi e profondamente diversi, riducendo il dibattito a una contrapposizione retorica.
Il risultato? Una difesa più politica che sostanziale, che non chiarisce fino in fondo perché fosse necessario essere lì, in quel momento, in rappresentanza di chi o di cosa. E che, nel tentativo di attaccare l’Unione Europea per la sua “assenza”, evita di fare i conti con il significato profondo di quella “presenza”.
La verità è che, in una fase delicatissima, ogni gesto conta. E quello di D’Alema rischia di apparire più come una concessione nostalgica alla geopolitica dei non allineati che come un contributo credibile al futuro dell’Europa.


