C’è un modo di fare politica che non aiuta nessuno, se non sé stessi. È quella politica che grida ai problemi e poi, quando finalmente vengono risolti da chi ha competenza e responsabilità, corre a intestarsi i meriti, come se bastasse un post o una foto per cambiare le cose.
È una politica puerile, che gioca al piccolo eroe di quartiere, mentre le Istituzioni lavorano fra mille difficoltà di uomini e bilanci. È il teatro della demagogia, del populismo facile, che strumentalizza i disagi veri dei cittadini per costruire consenso personale, non soluzioni durature.
Dispiace ancora di più quando a praticarlo è chi conosci, chi potenzialmente avrebbe gli strumenti per fare meglio, ma sceglie la scorciatoia dello slogan. E’un amico, Dante Santoro, lo stesso che, giorni fa, si inventava la “politica in saldo” e la “consegna a domicilio”, come se governare fosse un volantino pubblicitario da supermercato, la chiamata di un pizza o dell’idraulico.
No, non è così che si serve una comunità. Non è così che si costruisce fiducia nella politica.
Serve serietà, serve onestà intellettuale. Serve rispetto per il lavoro altrui. Non si può fare campagna elettorale permanente.
Che desolazione.


