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25 Gennaio 2026

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Scandalo banche. Se non ti chiami Verdini…

Scandalo banche. Se non ti chiami Verdini…

di Vincenzo D’Anna*

Non ha suscitato scalpore né accesi dibattiti la sentenza della Corte di Cassazione con la quale sono andati assolti, con formula piena, i dirigenti della Banca delle Marche. Chissà, sarà stata forse colpa della calura estiva, oppure dei conflitti in Ucraina e Palestina o delle mattane di Trump sui dazi. Fatto sta la grande stampa ma anche i politici di casa nostra si sono completamente disinteressati di una notizia passata praticamente in sordina. Eppure il fallimento (avvenuto nel 2016) di quell’istituto di credito aveva provocato un perdita “monstre” per la quale, nei precedenti gradi di giudizio, erano state emesse ben sei condanne (su dodici inquisiti): tutti ex amministratori di BdM e della sua controllata Medioleasing. La sentenza del cosiddetto Palazzaccio, tuttavia, ha dimostrato, ancora una volta, cose deprecabili. Primo: la giustizia, in Italia, ha tempi biblici ed è sbilenca anche nell’operato della Cassazione che, in alcuni casi ribalta condanne pregresse basate su fatti verificati e concreti, ossia provenienti da una contabilità che non lascia molto spazio a suggestioni processuali. Secondo: esiste una sorta di “doppio peso” con il quale identiche fattispecie giudiziarie di natura para politica, vengono poste alla ribalta diventando fonte di accese polemiche e di scandalo nel mentre altre non suscitano né passioni, né soverchio interesse e tantomeno sentenze di condanna. Un andazzo divenuto malcostume generalizzato, ormai endemico, nella cosiddetta “Seconda Repubblica”, ove gli scandali scoppiano e vengono denunciati con un indice diverso della scala di rumore, ossia i decibel spesso si legano ai nomi ed ai cognomi delle persone coinvolte nelle vicende giudiziarie. In parole povere, la gogna ed il giudizio negativo vengono alimentati anche e soprattutto attraverso i media, in base alla notorietà delle persone coinvolte. Soprattutto se queste orbitano nell’area politica del centrodestra!! Sì perché, in verità, ci sarebbe anche un terzo caso: quello, appunto, della militanza dei soggetti inquisiti, con particolare riferimento a quelli che non sono compagni di merenda dei magistrati protagonisti del cosiddetto “affaire” Palamara, oppure non sono portatori dell’aureola dell’anti-mafia e dell’antifascismo, ovviamente decretata dalla sinistra italiana. Ritornando al tema specifico, occorre ricordare al lettore che gli scandali bancari sono stati abbastanza frequenti nel Belpaese, soprattutto nel tempo in cui lo Stato era proprietario oppure azionista di alcuni di questi istituti bancari, laddove le decisioni politiche prevaricavano quelle della valutazione dei rischi e dell’opportunità creditizia. Esempi classici, in tal senso, sono stati la Banca Nazionale del Lavoro, il Banco di Napoli, il Banco di Roma, le Banche Cooperative e le Casse di Risparmio spesso utilizzate anche come “cinghia di trasmissione” economico finanziaria di riferimento di alcuni partiti politici. Come non ricordare, in tal senso, ad esempio lo scandalo della Banca Romana, nel lontano ‘800 o quelli più recenti del Banco Ambrosiano, della Banca Popolare Italiana, della Banca di Brescia, Banca Anton Veneto e fino alla Popolare di Vicenza? A queste “storiacce” vanno aggiunte alcune crisi bancarie “famose” come quelle del Monte Paschi di Siena e i celebri crac di Cirio e Parmalat. Tutti grani dello stesso rosario composto da inadempienze, affidamenti senza garanzie, truffe, gestioni allegre a mezzo di coperture politiche e mancati controlli della Banca d’Italia. Ebbene, guardando gli almanacchi bancari ed i processi che ne sono scaturiti non troviamo colpevoli né pene irrogate a dirigenti ed amministratori, se non quelle sofferte da un moltitudine di correntisti e possessori di titoli azionari farlocchi. In verità, a ben vedere, un’eccezione c’è e sembra tragicamente confermare la regola e le considerazioni generali che abbiamo fin qui evidenziato, ancorché nulla sposti in termini di logica nel ragionamento: quella del Credito Cooperativo Fiorentino e del suo presidente (seppure in un arco limitato di tempo), Denis Verdini. Parlamentare fiorentino, già storico braccio destro organizzativo di Berlusconi e di Forza Italia, Verdini fu potente ed ben “introdotto” durante l’era politica del Cavaliere. Ebbene, quella Banca, nonostante il fallimento, pagò tutti i propri azionisti e correntisti, nessuno se ne dolse. In poche parole, nessuno ci rimise un soldo ed il crac che pure caratterizzò quell’istituto fu poco o niente se messo in confronto con il buco prodotto della Banca della Marche. Come andò a finire? Semplice: pagò Verdini, condannato a sei anni di carcere per tentata bancarotta, sottolineo il tentata, in quanto “dominus politico” (così recitava la sentenza). La colpa? Non aver incassato tutti i crediti concessi ai piccoli imprenditori a causa della crisi economica. E per tutti quanti gli altri? Nulla, ovviamente, se non si chiamano Verdini !!

*già parlamentare

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