Di Michelangelo Raccio
Quando si parla di aree interne si rischia spesso di cadere in un equivoco: considerarle come realtà marginali, piccoli frammenti isolati rispetto al cuore pulsante delle grandi città. In realtà, queste aree rappresentano oltre il 60% del territorio nazionale e costituiscono la trama silenziosa che tiene insieme il Paese. Sono luoghi in cui si custodiscono memorie, identità e patrimoni materiali e immateriali: borghi, paesaggi, dialetti, saperi artigianali, tradizioni agricole. Il cardinale Matteo Zuppi, insieme all’arcivescovo di Benevento mons. Accrocca e ad altri 138 prelati, con parole forti, ha richiamato la necessità di non abbandonare questi territori a un destino di declino demografico e culturale. “Non un piano inclinato di rassegnazione, ma un cammino condiviso per costruire il futuro, difendendo e accogliendo la vita”. L’immagine è chiara: ci troviamo di fronte alla scelta di contrastare l’eutanasia di territori che rischiano di morire lentamente. La posta in gioco non riguarda solo la sopravvivenza delle comunità periferiche: riguarda la coesione nazionale, l’uguaglianza e la partecipazione alla vita collettiva da parte di tutti i cittadini. Bisogna avere la capacità e la volontà di immaginare uno sviluppo che non sia polarizzato sulle metropoli ma distribuito in maniera equa e sostenibile su tutto il territorio nazionale. In questo senso, parlare di “resilienza delle aree interne” significa riconoscere che esse non hanno bisogno di un “accompagnamento verso lo spopolamento irreversibile”, come tragicamente recita il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne, bensì di un accompagnamento verso la rinascita. Tale rinascita passa per la creatività, per le buone pratiche, alcune già in atto e, soprattutto, per impegni concreti che si traducano in politiche pubbliche e iniziative comunitarie.
Cinque impegni concreti per la rinascita delle aree interne:
1. Infrastrutture digitali e connettività diffusa
Il primo passo per ridurre il divario tra centro e periferia è garantire una connettività affidabile e veloce. L’accesso alla banda larga e al 5G non rappresenta soltanto un fattore tecnico, ma un prerequisito strutturale per qualsiasi prospettiva di sviluppo. Una rete digitale solida consente lo smart working, favorisce la nascita di nuove imprese, apre spazi per servizi innovativi e sperimentazioni tecnologiche. In tal modo, la distanza geografica dai poli urbani smette di essere sinonimo di marginalità e si trasforma in possibilità di scelta.
2. Servizi essenziali di prossimità
Sanità, istruzione, mobilità pubblica e welfare comunitario non possono essere trattati come elementi opzionali, ma come componenti imprescindibili di una cittadinanza piena. Rafforzare i presidi sanitari locali, investire in scuole di qualità e garantire collegamenti sicuri significa restituire ai cittadini la dignità di vivere nei territori interni senza subire forme di discriminazione territoriale. Restare in un borgo deve configurarsi come un’opzione reale e sostenibile, non come una rinuncia forzata.
3. Sostegno all’imprenditoria locale e all’economia circolare
I territori interni racchiudono un potenziale spesso sottovalutato: pratiche agricole sostenibili, artigianato evoluto, turismo esperienziale, valorizzazione delle filiere corte. Per trasformare tali risorse in motori di sviluppo occorrono strumenti mirati: incentivi fiscali, accesso agevolato al credito, percorsi formativi dedicati. In questa prospettiva, le aree interne non vanno pensate come luoghi da conservare in modo statico, ma come “laboratori di futuro”, capaci di sperimentare modelli di economia circolare e di innovazione sociale.
4. Rigenerazione culturale e sociale
Il patrimonio culturale e paesaggistico dei territori interni non deve essere ridotto a semplice testimonianza del passato. La sua valorizzazione passa attraverso processi di rigenerazione che lo rendano attuale e generativo: festival, residenze artistiche, poli culturali diffusi, progetti di cittadinanza attiva. In questa prospettiva la cultura si configura come infrastruttura immateriale, capace di produrre coesione sociale, attrarre nuove generazioni e stimolare dinamiche di innovazione comunitaria.
5. Politiche abitative e attrazione di nuovi residenti
Il patrimonio edilizio inutilizzato, lungi dall’essere un problema insolubile, rappresenta una risorsa strategica. Case vuote e spazi dismessi possono essere riconvertiti in opportunità attraverso programmi di housing sociale, incentivi all’acquisto e percorsi di accoglienza rivolti a famiglie italiane e straniere. Ripopolare i borghi non significa soltanto contrastare lo spopolamento, ma rigenerare tessuti comunitari, restituendo ai territori quella dimensione di vitalità collettiva che è condizione essenziale per ogni rinascita.


