C’è qualcosa di profondamente ingiusto, quasi disumano, nella vicenda di Gianni Alemanno. Da mesi, l’ex sindaco di Roma è rinchiuso nel carcere di Rebibbia, condannato a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite: un reato che non esiste nel mondo, dai contorni nebulosi,“evanescente”. E’una formula moralistica e non una fattispecie penale chiara. Alemanno sta pagando un prezzo altissimo.
Eppure, quello che colpisce di più non è solo la severità di questa vicenda, ma il silenzio assordante della politica, della sinistra che rinuncia ad una riflessione seria e soprattutto di quella destra che Alemanno ha servito per tutta la vita, che ha contribuito a costruire e rappresentare, che ha portato al governo di Roma e dell’Italia. Nessuna grande mobilitazione, nessuna parola forte in sua difesa, nessuna ‘osservazione’ dei ‘suoi amici storici’ e di chi oggi è a Palazzo Chigi.
Il garantismo sbandierato in tanti dibattiti sembra essersi sciolto di fronte a questa storia, dimenticando che dietro il clamore dei processi e i titoli dei giornali c’è un uomo, ci sono vicende che vanno approfondite.
Alemanno, dalla sua cella, sta trasformando la detenzione in una battaglia di civiltà. Le sue lettere e i suoi appelli tentano di accendere i riflettori sulle condizioni drammatiche delle carceri italiane: celle sovraffollate, caldo insopportabile, strutture fatiscenti. Non si limita a denunciare: propone una legge per la liberazione anticipata speciale, chiede una riforma che restituisca dignità a chi sconta una pena. Sta facendo, dal carcere, ciò che la politica dovrebbe fare: farsi carico degli ultimi, dare voce a chi non ne ha.
Non lo ascoltano i suoi di sempre. Non lo sente la destra ipocrita.
È paradossale: l’uomo accusato di un reato “di influenza” sta usando tutta la sua influenza — quella morale, politica, personale — per difendere i diritti dei detenuti. È diventato un simbolo scomodo, perché costringe tutti a guardare una realtà dimenticata, perché fa emergere le contraddizioni di certa destra.
La giustizia non sempre è giusta, e le nostre carceri non sempre rispettano la dignità umana. Raramente capita. Lui lo racconta.
Se c’è una parola che descrive Alemanno oggi, non è “colpevole”, ma “dignitoso”. Non cerca scorciatoie, non si lamenta: combatte. In silenzio, quasi solo, perché la politica — soprattutto quella che dovrebbe difenderlo — lo ha abbandonato.
Eppure, proprio questo silenzio dovrebbe far rumore. Perché oggi non è solo Gianni Alemanno a essere in carcere: ci sono la coerenza e il garantismo della destra italiana, ci sono i valori di civiltà che la nostra Costituzione proclama. Chi ha creduto per anni in una politica capace di difendere la libertà e i diritti dovrebbe sentirsi chiamato in causa.
Alemanno non chiede compassione: chiede giustizia. E con le sue battaglie, anche da dietro le sbarre, sta dimostrando che la vera forza è non arrendersi mai quando in ballo ci sono diritti scolpiti nella Costituzione.


