All’alba le forze dell’ordine hanno dato esecuzione allo sgombero del centro sociale Leoncavallo di via Watteau. L’operazione, condotta da Polizia e Carabinieri su mandato dell’ufficiale giudiziario, non ha trovato persone all’interno dello stabile, vuoto al momento dell’intervento. Si chiude così un capitolo lungo oltre mezzo secolo, tra cultura, attivismo e conflitti con le istituzioni. Nato nel 1975 in via Mac Mahon come spazio autogestito di aggregazione culturale e politica e trasferitosi nel 1994 nell’ex tipografia di via Watteau, il Leoncavallo era diventato uno dei centri sociali più longevi e simbolici d’Europa, resistendo in 31 anni di occupazione a oltre 130 ordini di sgombero mai eseguiti e trasformandosi in un punto di riferimento per concerti, dibattiti, iniziative solidali e movimenti antifascisti. La svolta è arrivata dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha condannato lo Stato a risarcire la famiglia Cabassi, proprietaria dell’immobile, con 3 milioni di euro per il mancato sgombero protratto per decenni; dopo aver versato la cifra, il Ministero dell’Interno si è rivalso sull’associazione “Mamme Antifasciste del Leoncavallo”, chiedendo la restituzione della somma. Il ministro dell’Interno ha parlato di ripristino della legalità e di “tolleranza zero verso le occupazioni abusive”, una linea dura condivisa da esponenti del governo e della Lega che rivendicano lo sgombero come una vittoria dello Stato di diritto. Di segno opposto la reazione degli attivisti: le “Mamme del Leoncavallo” hanno definito lo sgombero “una tragedia per Milano”, sottolineando come lo spazio abbia rappresentato per anni un presidio culturale, sociale e solidale, ricordando inoltre che avranno 30 giorni per recuperare gli oggetti rimasti all’interno. Un comunicato diffuso sui social parla di “un atto di forza che cancella un pezzo di storia collettiva” e annuncia assemblee e mobilitazioni per immaginare un futuro del progetto. Il destino del Leoncavallo divide Milano: da una parte chi esulta per il ritorno alla legalità, dall’altra chi vede nello sgombero la perdita di un’esperienza unica di autogestione culturale e partecipazione sociale, fatta di concerti, mostre, laboratori, mense popolari e iniziative politiche che hanno animato la città per decenni. Lo stabile di via Watteau torna formalmente alla proprietà, mentre resta incerto il futuro degli attivisti: le prossime settimane diranno se lo sgombero sarà davvero la parola fine o solo l’inizio di una nuova fase di resistenza e riorganizzazione.


