Il summit tra Donald Trump e Vladimir Putin, tenutosi alla base militare di Elmendorf-Richardson in Alaska, ha rappresentato un momento tanto simbolico quanto fumoso nella diplomazia internazionale: un trionfo dell’apparenza più che una svolta concreta. Putin ha ricevuto un’accoglienza solenne, con cerimonie militari, tappeti rossi e sorvoli aerei. Un omaggio che ha dato visibilità a entrambe le parti, ma che si è dissolto nei fatti: l’incontro si è concluso senza alcun passo avanti verso un cessate il fuoco o una pace negoziata. La frase di Trump – «There’s no deal until there’s a deal» – ha cristallizzato il vuoto politico del summit.
Se sul piano sostanziale non è arrivato nulla, sul piano simbolico Putin ha invece guadagnato terreno. La sua presenza su suolo statunitense ha ridotto l’isolamento internazionale che lo circondava, trasformandosi in una vittoria geopolitica di immagine. Il vero grande assente è stato l’Ucraina. Il tavolo dei negoziati ha ignorato Kiev e i leader europei. In una fase così critica, questa esclusione appare non solo miope ma pericolosa. Non a caso, diversi leader europei hanno ribadito che spetta al presidente Zelenskyy essere incluso nei prossimi passaggi, sollecitando la convocazione di un summit trilaterale vero e proprio.
Molti osservatori, da Le Monde all’ECFR, hanno invitato l’Europa a non reagire con semplice sollievo per l’assenza di una capitolazione ucraina, ma a mostrare fermezza, assumendo il comando della propria sicurezza e continuando a sostenere Kiev senza attendere passivamente le mosse di Washington. Anche l’Atlantic Council avverte: l’Alaska non ha fermato Putin, anzi lo ha incoraggiato. Per questo è necessaria una risposta occidentale unita e decisa, fondata sulla dissuasione e su un rafforzamento delle sanzioni.
Sul terreno, intanto, nessun cessate il fuoco è in vista. Putin ha rigettato le proposte di tregua, continuando a chiedere concessioni territoriali, mentre il conflitto prosegue con nuovi attacchi e controffensive. A Washington è atteso un incontro con Zelenskyy, che ha già chiarito un punto fermo: la pace non può ridursi a una semplice “pausa” tra due invasioni. Nel frattempo il Congresso discute il Sanctioning Russia Act, una proposta bipartisan che mira a colpire Mosca con misure drastiche – fino a tariffe del 500% per i Paesi che acquistano risorse russe – qualora continui a ostacolare una pace giusta.
Sul fronte europeo, la dichiarazione congiunta di Francia, Italia, Germania, Regno Unito e altri governi riafferma il diritto all’integrità territoriale dell’Ucraina e conferma l’impegno a sostenerla con mezzi difensivi e iniziative diplomatiche. Di fatto, l’Europa si trova di fronte a un bivio: continuare a muoversi nell’ombra delle scelte americane o assumere finalmente un ruolo autonomo e decisivo nella difesa dei propri valori e della sicurezza continentale.


