C’è un filo sottile, ma robusto, che lega le querele, le accuse di vilipendio e la comparsa sulla scena pubblica di influencer e tiktoker come protagonisti della conversazione politica. È il filo dell’assenza di ragionamento.
Non è colpevole la politica che, fra mille difficoltà, interroga il fenomeno, che prova a capirlo e a metterlo in prospettiva. È colpevole quella che abdica alla propria funzione primaria — analizzare i problemi, discutere le soluzioni, mediare tra interessi diversi — e si rifugia in atti dimostrativi o gesti eclatanti. Lì il dibattito si trasforma in un’arena di provocazioni. La querela diventa un comunicato stampa travestito da atto legale. L’accusa di vilipendio, una trovata per guadagnare titoli sui giornali. Tutto viene piegato alla logica dell’attenzione immediata. Gli stessi che lo fanno si ergono a moralizzatori.
In questo vuoto, è inevitabile che prosperino figure abili a maneggiare linguaggi rapidi e virali: tiktoker, streamer, personaggi costruiti per intrattenere più che per spiegare. Non è colpa loro: stanno semplicemente occupando uno spazio lasciato libero da chi dovrebbe saper argomentare.
Il punto non è demonizzare i social o i nuovi media, ma chiedersi perché il loro linguaggio, pensato per il tempo di uno scroll, sia diventato l’unico codice che certa politica sembra saper parlare. È una resa culturale prima ancora che comunicativa. Interrogare il fenomeno non è lesa maestà, chi ci prova non va demonizzato. In ogni atto vanno cercate le ragioni, vanno letti i fenomeni.
Finché il ragionamento sarà considerato un lusso e lo scontro un obbligo, continueremo a scambiare la velocità per intelligenza, la provocazione per coraggio, la popolarità per autorevolezza. E continueremo a stupirci del perché, a guidare il discorso pubblico, siano i tiktoker e non i legislatori.
Finché la politica inseguirà le querele invece delle domande, continuerà a perdere l’occasione di capire cosa sta davvero accadendo.


