La recente polemica scoppiata a Savona, dove alcune farmacie hanno iniziato a vendere bottiglie di vino, mette in luce un paradosso tutto italiano. Da un lato, c’è chi storce il naso, scandalizzato dall’idea che un luogo tradizionalmente associato alla salute possa ospitare alcolici; dall’altro, ci sono i farmacisti che, nel pieno rispetto della legge, hanno deciso di ampliare la loro offerta commerciale, inserendo prodotti enogastronomici, spesso legati al territorio.
Il dibattito è emblematico di un’Italia che si dibatte tra una rigida tutela delle “missioni” storiche di alcune categorie professionali e la necessità di aggiornarsi ai tempi, alle esigenze di mercato e ai nuovi modelli di consumo. Se i farmacisti vogliono vedere il vino tra gli scaffali, allora non possono opporsi alle liberalizzazioni che aprono il commercio a nuove realtà, nuovi modelli e maggior concorrenza. È tempo di smetterla con le ipocrisie.
Per anni, si è assistito a un complesso gioco di equilibri e regolamentazioni che di fatto hanno limitato la libertà di impresa, mascherando questi vincoli dietro presunte “tutele” della salute pubblica o della professionalità. Ma se la farmacia diventa anche un punto vendita di prodotti enogastronomici, non si può più pretendere di mantenere una separazione netta tra salute e commercio. La realtà è che il mondo cambia, i consumatori cambiano e le farmacie, come ogni altro esercizio, devono adeguarsi.
Spostare il dibattito dalle ipocrisie a una vera discussione sulle liberalizzazioni significa affrontare temi cruciali come la concorrenza, la trasparenza, l’innovazione e la reale tutela del consumatore. Se la legge consente la vendita di vino in farmacia, va rispettata e non demonizzata; se invece si vuole mantenere uno status quo, allora bisogna ammettere apertamente di voler difendere interessi particolari, non certo quelli dei cittadini.
In definitiva, la vicenda savonese è uno specchio delle contraddizioni italiane: da un lato un’economia che richiede flessibilità e apertura, dall’altro una politica e una cultura che spesso preferiscono restare ancorate a vecchi schemi. Basta ipocrisie, dunque. Se davvero vogliamo un Paese moderno e competitivo, dobbiamo accettare che anche la farmacia, luogo di cura, possa diventare — senza rinunciare ai propri valori — anche un luogo di commercio al passo con i tempi.

